Tashkent: l’arte contemporanea rinasce in un ex deposito

A Tashkent, crocevia di stratificazioni storiche e trasformazioni contemporanee, tra tracce della Via della Seta e lasciti del modernismo sovietico, prende corpo il nuovo Centre for Contemporary Arts (CCA), firmato dallo studio parigino Studio KO, destinato a diventare uno dei principali poli culturali dell’Asia Centrale.
L’intervento si configura come un’operazione di rigenerazione architettonica e culturale che trasforma un’infrastruttura industriale del 1912, originariamente destinata a deposito tranviario e centrale diesel, in una piattaforma contemporanea per l’arte, la ricerca e la produzione culturale.
L’edificio storico, progettato dall’architetto Wilhelm Heinzelmann, rappresenta una delle testimonianze più rilevanti della fase proto-industriale della città. La scelta di conservarlo e rifunzionalizzarlo, piuttosto che sostituirlo, riflette una posizione precisa: costruire il futuro culturale di Tashkent attraverso una relazione attiva con la propria memoria materiale. Studio KO interviene con un approccio misurato, evitando qualsiasi mimetismo stilistico e introducendo nuovi elementi architettonici che si dichiarano contemporanei, instaurando una tensione calibrata tra antico e nuovo.
Il progetto si sviluppa attorno alla valorizzazione della grande navata industriale della centrale diesel, trasformata nel cuore espositivo del complesso. Qui la spazialità originaria — ampia, verticale, segnata da strutture robuste e ritmi costruttivi seriali — viene mantenuta e reinterpretata come spazio flessibile per mostre e installazioni. Le superfici in mattoni esistenti sono restaurate e lasciate a vista, mentre gli inserimenti contemporanei lavorano per sottrazione: volumi puri, materiali essenziali e una palette ridotta che enfatizza la matericità dell’esistente.
Uno degli elementi più significativi è la costruzione di un sistema di spazi ipogei e corti interne che ridefiniscono l’esperienza del visitatore. L’accesso avviene attraverso un edificio su strada, che ospita funzioni di accoglienza, librerie e uffici, organizzando il flusso verso il livello inferiore dove si apre il cuore del centro.


Questo dispositivo spaziale genera una sequenza narrativa fatta di compressioni e aperture, in cui il visitatore viene progressivamente introdotto agli spazi espositivi.
Al centro del complesso si colloca un cortile in calcestruzzo a cielo aperto, concepito come spazio pubblico e dispositivo culturale, capace di ospitare proiezioni, eventi e installazioni temporanee. Le superfici curve che delimitano questo spazio amplificano la percezione architettonica e trasformano il cortile in una vera e propria “macchina scenica”, dove l’architettura diventa supporto attivo per la produzione culturale.
Dal punto di vista costruttivo, l’intervento si fonda su un equilibrio tra conservazione e inserimento: la struttura esistente viene consolidata e resa conforme agli standard contemporanei, mentre i nuovi elementi — spesso realizzati in calcestruzzo a vista e acciaio — si distinguono per precisione geometrica e neutralità materica. Questa dialettica permette di mantenere leggibile la stratificazione storica dell’edificio, evitando qualsiasi effetto di falsificazione o ricostruzione nostalgica.
Il progetto non si limita alla trasformazione dell’edificio principale ma si estende a un sistema più ampio di interventi urbani, inclusi spazi per residenze d’artista ricavati in edifici storici della città, come madrase e strutture tradizionali. In questo modo, il CCA si configura come un’infrastruttura culturale diffusa, capace di attivare relazioni tra architettura, comunità e produzione artistica.

La dimensione programmatica rafforza ulteriormente l’impianto architettonico: il centro è concepito come un luogo dinamico, destinato a ospitare mostre, residenze, workshop e programmi educativi, configurandosi come la prima istituzione permanente dedicata all’arte contemporanea in Asia Centrale. L’inaugurazione ufficiale, prevista nel 2026 con la mostra “Hikmah”, sancisce l’avvio di una piattaforma culturale che ambisce a collegare la scena artistica locale con il dibattito internazionale.
Nel panorama delle trasformazioni urbane di Tashkent, spesso segnate da demolizioni e sostituzioni radicali, il Centre for Contemporary Arts rappresenta un modello alternativo: un progetto che dimostra come l’architettura possa operare per addizione critica, valorizzando il patrimonio esistente e reinterpretandolo in chiave contemporanea.









