La fabbrica delle immagini
Ci sono edifici industriali che sopravvivono perché vengono trasformati in contenitori culturali e altri nei quali la nuova funzione riesce a proseguire, quasi per analogia, il carattere produttivo originario. Ad Avellaneda, nell’area metropolitana di Buenos Aires, il nuovo Centro de Experimentación Audiovisual – CEA appartiene a questa seconda categoria.
Completato nel 2026 dalla Dirección General de Arquitectura e dalla Secretaría de Planificación della municipalità, il progetto recupera una porzione di un’ex fabbrica olearia e la converte in un’infrastruttura pubblica dedicata alla conservazione, al restauro, alla digitalizzazione e alla diffusione del patrimonio audiovisivo. Su 1.430 m², la produzione industriale lascia così il posto a una nuova produzione di immagini, conoscenza e memoria.


La trasformazione parte dalla lettura delle tracce sopravvissute. La vecchia navata costituiva in origine un unico complesso con un secondo edificio oggi collocato sul lato opposto di calle Colón: l’apertura della strada ha separato fisicamente le due strutture, lasciando nella città due frammenti dello stesso organismo produttivo.
Gli architetti hanno scelto di non cancellare questa discontinuità. Dopo la rimozione degli apparati e delle superfetazioni accumulate nel tempo, sono stati mantenuti i muri in laterizio e i grandi portali in calcestruzzo armato, recuperando la dimensione originaria dello spazio industriale. Nuove aperture nella muratura e nelle solette introducono visuali trasversali e luce naturale, mentre una serie regolare di lucernari porta l’illuminazione zenitale fino al cuore dell’edificio.
All’interno della vecchia struttura viene inserito un nuovo organismo indipendente in acciaio, realizzato con solai alleggeriti e sistemi a secco. I tre livelli non vengono concepiti come piani completamente autonomi, ma si affacciano sul grande vuoto centrale, lasciando continuamente visibili struttura esistente, nuovi elementi e attività.
Al piano terreno si concentrano gli usi maggiormente pubblici: ingresso e sala cinematografica, quest’ultima costruita come una scatola acusticamente indipendente da 99 posti, attrezzata sia per la proiezione digitale sia per quella analogica in 35 mm. Il livello intermedio ospita spazi espositivi e aree collaborative; quello superiore riunisce laboratori per catalogazione, digitalizzazione e restauro insieme ai depositi climatizzati destinati alla conservazione dei materiali originali.


La differenza tra vecchio e nuovo rimane deliberatamente leggibile. Alla superficie irregolare dei mattoni e del calcestruzzo vengono accostati vetro, legno, acciaio e policarbonato, materiali lisci e chiaramente contemporanei.
Anche la scala principale rifiuta di confondersi con la maglia ortogonale della preesistenza: diventa un oggetto autonomo che attraversa il vuoto e rende evidente il sistema distributivo. Alcune testimonianze della precedente attività industriale sono invece rimaste esattamente dove si trovavano, compreso un grande trasportatore a coclea, incorporato nell’architettura senza trasformarlo in semplice oggetto museale.
Il rapporto con la città cambia altrettanto radicalmente. Il nuovo fronte vetrato viene arretrato rispetto all’allineamento stradale e costruisce una soglia tra interno e spazio pubblico, aprendosi verso il vicino parco lineare ferroviario. Un edificio nato per proteggere attività industriali dietro muri opachi acquisisce così una facciata permeabile, coerente con una funzione fondata sull’accessibilità. Anche il programma va oltre quello di un archivio specialistico: il CEA comprende spazi espositivi, aula laboratorio, studi, attività formative, proiezioni e programmi aperti al pubblico. Inaugurato il 26 maggio 2026, è diventato immediatamente anche una sede per mostre, incontri e iniziative dedicate alla cultura cinematografica argentina.
Dietro questa apertura rimane però una macchina conservativa di dimensioni significative. Secondo i dati pubblicati dallo stesso Centro, il patrimonio comprende oltre 4.800 rulli di pellicola, 12.000 fotografie e 1.200 registrazioni sonore, insieme a materiali che documentano la storia sociale e culturale di Avellaneda e a collezioni legate a figure del cinema e della cultura argentina.
Preservare questi documenti richiede condizioni ambientali controllate, ma il progetto evita di relegare la conservazione in un retro invisibile: laboratori e spazi di lavoro partecipano alla vita dell’edificio e rendono percepibile il processo attraverso il quale un’immagine viene salvata, studiata e restituita al pubblico.
È forse qui che il recupero dell’ex oleificio trova il suo significato più convincente. Il patrimonio industriale non viene congelato per rappresentare ciò che Avellaneda era, mentre l’archivio audiovisivo non viene semplicemente rinchiuso per impedirne il deterioramento.

Architettura e immagini vengono conservate attraverso l’uso. Una fabbrica che produceva materia diventa così una fabbrica di memoria: le vecchie strutture continuano a raccontare la città mentre, al loro interno, pellicole, fotografie e registrazioni vengono preparate per poterla raccontare ancora.









