Prima la natura
E se la natura non fosse più una variabile da inserire nel progetto, ma la condizione dalla quale cominciare a progettare? È la domanda radicale scelta dalla Oslo Architecture Triennale 2026, che dal 17 settembre al 1° ottobre riunirà nella capitale norvegese oltre trenta progetti internazionali sotto il titolo What if Nature Comes First?
Per la sua nona edizione, la manifestazione abbandona la lunga durata espositiva tradizionale e assume la forma concentrata di un festival di due settimane, con mostre, conferenze, seminari, workshop, proiezioni e passeggiate urbane. La direzione curatoriale è affidata alla paesaggista Line Ramstad, direttrice della Triennale.


Il centro fisico e simbolico della manifestazione sarà la Sofienberg Church, chiesa neogotica in mattoni costruita nel 1877 nel quartiere di Grünerløkka e oggi in trasformazione verso nuovi usi culturali. La mostra principale occuperà sia l’interno sia gli spazi esterni dell’edificio e sarà realizzata facendo ricorso anche a materiali riutilizzati: una scelta che porta il tema curatoriale direttamente nell’allestimento, evitando che la sostenibilità rimanga soltanto oggetto del discorso.
La Triennale rovescia infatti una consuetudine ancora profondamente radicata nel progetto contemporaneo. Non chiede come rendere più sostenibile un edificio già immaginato, ma che cosa accadrebbe se disponibilità delle risorse, ecosistemi, patrimonio costruito e limiti ambientali intervenissero prima delle decisioni sulla forma. Il programma organizza questa ricerca attraverso quattro scale — Materials, Structures, Territories e Systems — passando dal singolo componente costruttivo alla durata degli edifici, dalla trasformazione del territorio ai meccanismi economici e normativi che determinano ciò che viene costruito o demolito.
I progetti selezionati rendono concreta questa impostazione. Gent Waste Brick, sviluppato da Carmody Groarke con BC Materials e Local Works Studio, esplora la possibilità di trasformare flussi di scarto locali in nuovi elementi per l’edilizia; Thoravej 29 di Pihlmann Architects interpreta invece un’ex fabbrica di Copenaghen come una vera banca di materiali. Qui solai esistenti sono diventati scale, parti di facciata pavimentazioni e componenti dismessi nuovi arredi: il 95% in peso dei materiali preesistenti è stato riutilizzato o riciclato, con una riduzione dichiarata fino all’88% delle emissioni di carbonio rispetto a una nuova costruzione.
Anche Oslo diventa terreno di indagine. Il progetto Grønn liste di Built Architects mappa edifici della città potenzialmente disponibili al riuso, spostando l’attenzione dall’individuazione di nuove aree edificabili alla ricerca di ciò che potrebbe essere trasformato.

È un cambiamento apparentemente semplice, ma culturalmente decisivo: il patrimonio costruito smette di essere soltanto qualcosa da conservare quando possiede un valore storico riconosciuto e diventa una riserva materiale, spaziale ed energetica da valutare prima di demolire.

Il programma estende questa riflessione oltre la mostra. Ogni mattina, dal 18 settembre al 1° ottobre, il pulpito della Sofienberg Church ospiterà The Daily Sermon, brevi interventi dedicati a problemi ambientali e possibili risposte progettuali. Seminari come The New Stone Age approfondiranno invece il ritorno della pietra e dei materiali naturali, mentre How Can We Make Reuse Pay Off?, organizzato il 22 settembre insieme alla Direzione norvegese per il patrimonio culturale, affronterà uno dei nodi più concreti della transizione: rendere economicamente conveniente trasformare ciò che già esiste.
Dietro What if Nature Comes First? emerge così una domanda che riguarda direttamente la disciplina. Se costruire significa inevitabilmente estrarre materiali, consumare suolo e modificare ecosistemi, il progetto non può più limitarsi a ridurre gli effetti di decisioni già prese.
Deve imparare anche a stabilire quando non costruire, cosa mantenere e quanto trasformare. Line Ramstad sintetizza il principio ricordando che i materiali sono pesanti e dovrebbero rimanere locali, mentre la conoscenza è leggera e può viaggiare. È forse proprio questa l’ambizione più interessante della Triennale di Oslo: non proporre una nuova estetica della sostenibilità, ma tentare di cambiare l’ordine delle domande. Prima di chiedersi quale architettura costruire, chiedersi che cosa il luogo, la materia e la natura consentano ancora di costruire.







