Un faro sulle Dolomiti

Da lontano è soprattutto il tetto rosso a segnalare che, in mezzo alla dolomia, esiste un luogo dove trovare riparo. Il rinnovato Rifugio SAT Tosa “Tomaso Pedrotti”, riaperto agli escursionisti il 20 giugno 2026 e inaugurato ufficialmente il 20 settembre, trasforma questa necessità elementare nell’immagine centrale del progetto: quella di un “faro di montagna”, riconoscibile lungo i sentieri anche quando la visibilità diminuisce e capace, nelle ore serali, di comunicare attraverso le sue aperture illuminate la presenza di un luogo sicuro.
Il progetto nasce dal concorso bandito nel 2022 dalla Società degli Alpinisti Tridentini, al quale parteciparono 61 gruppi. La proposta vincitrice è firmata da Stefano Pasquali, capogruppo e successivamente direttore dei lavori, con Samantha Minozzi e Alberto Stangherlin di StaMi Architettura e Paesaggio e Andrea Moser; allo sviluppo progettuale ha collaborato anche lo studio di ingegneria VisumLab.
L’obiettivo non era trasformare il Pedrotti in un albergo d’alta quota, ma aggiornarne sicurezza, comfort e autonomia mantenendo il carattere spartano che appartiene alla storia stessa del rifugio alpino. Anche dopo l’intervento la capacità rimane infatti invariata a 120 posti letto.
Quella storia è particolarmente significativa. Poco più in basso sorge il Rifugio Tosa, primo rifugio costruito dalla SAT, inaugurato nel 1881 come semplice capanna di un solo locale a 2.439 metri. Il Pedrotti venne realizzato all’inizio del Novecento dalla sezione di Brema del Deutscher und Österreichischer Alpenverein; dopo una lunga controversia sulla proprietà del terreno divenne della SAT e, terminata la Prima guerra mondiale, fu sistemato e nel 1921 intitolato a Tomaso Pedrotti. La sua posizione, poco distante dalla Bocca di Brenta, lo ha trasformato nel tempo in uno dei principali crocevia dell’alpinismo nel gruppo, punto di accesso alle cime centrali e alle celebri Vie delle Bocchette.

L’intervento contemporaneo decide quindi di lavorare per sostituzione selettiva, non per cancellazione. Le murature storiche in pietra sono state mantenute e recuperate, mentre l’ultimo piano in calcestruzzo è stato demolito e sostituito da una struttura molto più leggera, con pareti in pannelli XLAM e copertura in legno lamellare. Una scelta che riduce i carichi sull’edificio preesistente, ma risponde anche a un problema logistico inevitabile a questa quota: gli elementi potevano essere prefabbricati, trasportati in elicottero e assemblati più rapidamente durante la breve stagione utile del cantiere.

Sopra questa struttura si sviluppa il grande tetto rivestito in lamiera aggraffata. Il rosso riprende e intensifica un carattere già presente nell’immaginario dei rifugi alpini, ma assume qui una funzione quasi segnaletica. Quattro aperture alla sommità diventano punti luminosi nella notte, mentre dall’interno le finestre sono orientate per trasformare il paesaggio in parte dell’architettura: Brenta Alta e Brenta Bassa verso nord, Cima Tosa a ovest, Pozza Tramontana a sud, Molveno e il suo lago verso est. Il rifugio guarda così contemporaneamente nelle quattro direzioni del massiccio.
Anche la nuova scala di emergenza evita di essere trattata come un’aggiunta puramente tecnica. Posta sulla facciata principale, è costruita come struttura metallica autoportante e controventata collegata alle murature esistenti; entra nella composizione del prospetto e si salda visivamente al nuovo tetto. Sicurezza e riconoscibilità diventano così parti dello stesso intervento.
Ma è soprattutto nella gestione delle risorse che il nuovo Pedrotti racconta quanto stia cambiando il progetto dell’architettura alpina. A 2.491 metri l’acqua non è una disponibilità scontata. La SAT sottolinea come la diminuzione dell’apporto nevoso e la progressiva riduzione dei nevai stiano incidendo sulla portata della sorgente, soprattutto nella seconda parte dell’estate. Il rifugio integra quindi alla captazione tradizionale raccolta dell’acqua meteorica e recupero delle acque grigie provenienti da lavabi e docce, che dopo il trattamento vengono riutilizzate per gli scarichi dei servizi igienici. Nuove vasche di accumulo dovranno aumentare ulteriormente la riserva nei periodi di maggiore affluenza.
Sul fronte energetico è stato installato un impianto fotovoltaico di circa 20 kW con batterie di accumulo, mentre gli impianti vengono concentrati in un nuovo volume tecnico la cui copertura diventa terrazza della sala di ristorazione. Nelle camere pannelli in silicato di calcio migliorano isolamento e controllo dell’umidità delle vecchie murature, nuovi serramenti aumentano il comfort e il legno di abete domina negli arredi, mantenendo un rapporto diretto con la tradizione costruttiva locale.
Il Pedrotti diventa così un piccolo laboratorio delle questioni che l’architettura d’alta quota dovrà affrontare sempre più spesso: costruire con poco, trasportare meno materiale possibile, conservare ciò che può essere conservato e ridurre la dipendenza da risorse che in montagna stanno diventando più fragili.

E forse proprio per questo l’immagine del faro scelta dai progettisti funziona oltre il semplice segno architettonico. Il nuovo tetto rosso non indica soltanto dove si trova un rifugio. Ricorda che, a quasi 2.500 metri, l’architettura conserva ancora una delle proprie funzioni originarie: costruire un limite abitabile tra l’uomo e un ambiente che rimane straordinario proprio perché non può essere completamente addomesticato.





