Il cemento si riempie di luce
A Berlino la ricostruzione della città continua anche attraverso frammenti minuscoli. House Z, completata nel marzo 2026 da Atelier Zafari all’angolo tra Schadowstraße e Mittelstraße, occupa uno degli ultimi vuoti del tessuto perimetrale di Mitte, a pochi passi da Unter den Linden e di fronte allo storico Schadowhaus. Su un lotto di appena 360 m², il nuovo edificio residenziale e direzionale non tenta però di ricostruire mimeticamente ciò che è scomparso. Risponde invece alla complessità di un luogo attraversato da classicismo, distruzioni belliche, divisione e riunificazione con un’architettura astratta, quasi arcaica, nella quale massa e luce vengono trattate come materiali equivalenti.

Il progetto nasce da un concorso a inviti del 2017 e completa il fronte urbano affiancandosi a un edificio esistente di sette piani. Anche House Z raggiunge la stessa altezza, ma sostituisce alla tradizionale composizione berlinese per finestre e cornici una struttura fatta di lastre orizzontali e grandi blocchi sfalsati di cemento bianco. Gli elementi pieni sembrano ruotare progressivamente intorno all’angolo, modificando ombre e profondità durante la giornata e attribuendo alla facciata una presenza sorprendentemente plastica. Non è però una scultura applicata a una pianta convenzionale: la forma esterna nasce direttamente dall’organizzazione degli interni.

Atelier Zafari sviluppa infatti l’edificio dall’interno verso l’esterno. Cucine, bagni e locali di servizio vengono concentrati dentro i volumi opachi che avanzano fino alla facciata; tra questi blocchi si aprono logge profondamente arretrate, interamente vetrate, che diventano una zona intermedia tra casa e città. È proprio l’alternanza tra pieni e vuoti a costruire la facciata. Le abitazioni acquistano così visuali diagonali e una maggiore profondità percettiva, mentre il limite tradizionale tra stanza, terrazza e involucro perde parte della propria rigidità.
Il programma comprende dodici appartamenti e due unità per uffici, collocate nei livelli inferiori. Due abitazioni sono organizzate come duplex e raggiungono terrazze private sulla copertura. Anche nelle piante domestiche la ricerca riguarda soprattutto la continuità: le stanze possono essere separate mediante grandi pannelli scorrevoli a tutta altezza, consentendo agli ambienti di alternare configurazioni più aperte e assetti maggiormente introversi.
Una flessibilità non spettacolare, ma particolarmente significativa in un edificio destinato al mercato immobiliare ordinario, dove la compartimentazione tende generalmente a prevalere sulla sperimentazione spaziale.
La costruzione rende leggibile la stessa disciplina. La struttura è in cemento armato, mentre l’involucro utilizza elementi prefabbricati a U alti un piano, armati con acciaio inossidabile e sottoposti a trattamento acido per ottenere la superficie chiara e leggermente materica. Persino l’acqua piovana partecipa alla definizione dell’immagine: un sistema di drenaggio nascosto la convoglia nelle logge sottostanti, limitando le colature che nel tempo potrebbero alterare l’uniformità del cemento. All’interno, il pavimento continuo in terrazzo riprende colore e tessitura della facciata, facendo entrare nell’abitazione il linguaggio minerale dell’esterno.


Il rapporto con la storia rimane volutamente indiretto. Di fronte si trova lo Schadowhaus, abitato dal 1805 dallo scultore Johann Gottfried Schadow e oggi considerato l’ultimo edificio classicista conservato della Dorotheenstadt. House Z non ne riprende cornici, proporzioni o decorazioni. Preferisce riconoscere che la città storica è fatta anche di fratture e discontinuità. Il nuovo volume completa l’isolato senza fingere che il tempo non sia passato.
È forse questa tensione a rendere convincente il progetto. In una Berlino dove ogni ricostruzione del centro riapre inevitabilmente il confronto tra memoria e contemporaneità, Atelier Zafari evita sia la replica storicista sia l’esibizione della differenza. House Z sceglie una terza strada: chiude il vuoto urbano, ma lascia che l’architettura continui a muoversi, attraverso ombre, arretramenti, trasparenze e stanze capaci di cambiare configurazione. Il cemento costruisce la massa; la luce impedisce che diventi immobile.








