- INFO POINT
- Di Ernesto Logatto
- Stato: Edificio concluso
La birreria cambia mestiere
Edilizia Scolastica- Una fabbrica nel cuore urbano
- Conservare non significa riprodurre
- Una piazza tra due città
- Otto metri di flessibilità
- Il laterizio come filtro climatico
- Costruire in un cantiere complesso
- Costruire in un cantiere complesso
- Il Ledra torna a produrre
- Formazione e impresa condividono spazio
- La rigenerazione oltre la facciata
“L'architettura è la scena fissa delle vicende dell’uomo". Quando Aldo Rossi scriveva queste parole ne L'architettura della città, nel 1966, riconosceva agli edifici una capacità che supera la loro funzione originaria: conservare la memoria delle trasformazioni economiche, sociali e culturali di una comunità. Una fabbrica, in questa prospettiva, non è soltanto il luogo nel quale si producevano beni, ma una parte della città che continua a raccontare la propria storia anche quando le macchine si sono fermate.
A Udine, l'ex birreria Dormisch rappresenta precisamente questa condizione. Dopo oltre un secolo di trasformazioni, la chiusura nel 1988, un incendio devastante e decenni di abbandono, il complesso industriale è tornato a vivere attraverso Spazio Villalta, il progetto di rigenerazione firmato da Marco Zito, Matteo Artico e Silvia Fracassi.
Un intervento di circa 8.500 m² che sostituisce gran parte degli edifici produttivi con una nuova struttura destinata alla formazione tecnologica, alla cultura e alle attività collettive, cercando di conservare nella geometria, nei materiali e nelle relazioni urbane la memoria della fabbrica scomparsa.
Una fabbrica nel cuore urbano
La storia della birreria Dormisch comincia nel 1881, quando Francesco Dormisch avvia la propria attività a Resiutta, nell'attuale Friuli Venezia Giulia. Dieci anni più tardi la produzione viene trasferita a Udine, lungo la sponda settentrionale del canale Ledra, nei pressi di Porta Villalta. È una scelta dettata da condizioni produttive precise: la disponibilità di acqua e di energia idraulica, la vicinanza alla città e la possibilità di espandere progressivamente lo stabilimento.
Il complesso cresce attraverso successive aggiunte, seguendo l'evoluzione dei processi industriali. Le costruzioni originarie di fine Ottocento vengono affiancate da nuovi corpi produttivi, sopraelevazioni e ampliamenti, mentre i prospetti assumono linguaggi differenti secondo le epoche di realizzazione.
Nel 1928 l'architetto Ettore Gilberti progetta la palazzina Dormisch, destinata a uffici e residenza, che introduce un linguaggio eclettico accanto alle strutture produttive. Negli anni Sessanta lo stabilimento subisce ulteriori trasformazioni, culminate nel 1967 con l'ampliamento progettato da Emilio Mattioni, caratterizzato da un'insolita estremità curvilinea e da file di aperture circolari.
La fabbrica diventa così una sorta di archivio costruito della modernizzazione industriale friulana, nel quale muratura, calcestruzzo armato e strutture di epoche differenti documentano il passaggio dall'impresa ottocentesca alla produzione del secondo dopoguerra.
Dopo l'acquisizione del marchio da parte della Peroni, nel 1961, l'attività prosegue fino alla chiusura del 1988. L'incendio del 1999 accelera il deterioramento di un complesso già inutilizzato, lasciando progressivamente un grande vuoto urbano tra il centro storico e il sistema scolastico cittadino.
Il problema non era soltanto recuperare una superficie edificabile, ma decidere quale parte di quella storia potesse continuare ad appartenere alla città.
Conservare non significa riprodurre
La trasformazione dell'ex Dormisch nasce all'interno di condizioni urbanistiche e patrimoniali complesse. La vicinanza a Porta Villalta, alla palazzina storica e alla ciminiera imponeva particolare attenzione alle visuali e ai rapporti dimensionali, mentre le condizioni di degrado rendevano difficile ipotizzare il semplice riutilizzo integrale degli edifici produttivi.
Il progetto sviluppato da Artico Fracassi e Marco Zito sceglie una strada precisa: conservare le principali presenze storiche tutelate e ricostruire gran parte del complesso attraverso un nuovo organismo architettonico, capace di reinterpretare la struttura seriale della fabbrica.
È una distinzione importante. Spazio Villalta non costituisce un restauro conservativo dell'intero stabilimento Dormisch. Il processo comprende demolizioni selettive, nuove costruzioni e il recupero degli elementi storici individuati come fondamentali per l'identità del luogo.
La nuova composizione si sviluppa lungo il perimetro del vecchio insediamento industriale, rispettandone alcuni allineamenti e riproponendo la successione ritmica delle campate produttive. Le coperture a falde, la ripetizione dei moduli, la presenza del laterizio e l'articolazione dei volumi costruiscono una relazione riconoscibile con la fabbrica originaria senza riprodurne letteralmente i prospetti.
Il progetto evita così una ricostruzione scenografica dell'edificio perduto. I nuovi materiali e le tecnologie contemporanee vengono lasciati leggibili, mentre le proporzioni e la geometria complessiva continuano a richiamare la memoria industriale.
La scelta acquista particolare significato osservando il rapporto con la palazzina Dormisch e la ciminiera. Il nuovo edificio mantiene una distanza percettiva dalle preesistenze monumentali, cercando di non trasformarle in elementi secondari di un volume contemporaneo dominante.
L'intervento conserva quindi soprattutto una memoria tipologica e urbana, più che la materia originaria delle vecchie fabbriche.
È un approccio che permette di restituire all'area una funzione contemporanea, ma che apre anche una questione fondamentale: fino a che punto la reinterpretazione di un'architettura può sostituire la conservazione delle sue testimonianze materiali?
La memoria controversa di Mattioni
La questione emerge con particolare evidenza nella vicenda dell'ampliamento realizzato da Emilio Mattioni nel 1967. L'edificio, collocato all'estremità settentrionale dello stabilimento, era riconoscibile per la forma a prua di nave e per la successione di aperture circolari che ne caratterizzavano il prospetto verso viale Bassi.
La sua architettura apparteneva a una stagione di sperimentazione costruttiva nella quale la prefabbricazione e il calcestruzzo armato venivano utilizzati per superare la rigidità delle configurazioni tradizionali; il manufatto era stato documentato anche nel catalogo regionale dell'archeologia industriale, che ne attribuiva la progettazione a Mattioni e ne registrava le caratteristiche planimetriche e strutturali.
Quando venne presentata la nuova ipotesi di trasformazione, nel 2021, l'architetto Marco Stefani intervenne pubblicamente per chiederne la conservazione. Pur riconoscendo l'importanza della rigenerazione promossa dal gruppo Danieli, Stefani riteneva che l'eliminazione dell'ala Mattioni avrebbe comportato la perdita di una testimonianza significativa dell'architettura moderna friulana.
La successiva variante urbanistica del 2022 ha affrontato il problema prevedendo che la caratteristica impronta planimetrica dell'edificio fosse mantenuta come segno identitario, pur consentendo la demolizione del volume.
L'estremità settentrionale del complesso è stata così trasformata in uno spazio aperto, mentre il disegno della sistemazione esterna richiama la geometria dell'architettura scomparsa.
È una soluzione che merita una lettura non semplicistica: da un lato, la demolizione ha permesso di alleggerire l'insediamento, migliorare la distribuzione delle superfici e introdurre un nuovo spazio pubblico; dall’altro, la conservazione del tracciato non può essere considerata equivalente alla conservazione del manufatto.
Una memoria senza testimonianza materiale
La memoria viene resa leggibile attraverso il disegno del suolo, ma la testimonianza materiale dell'architettura moderna è perduta.
Spazio Villalta mette così in evidenza uno dei problemi più delicati della rigenerazione contemporanea: la difficoltà di conciliare l'esigenza di trasformare edifici industriali degradati con la conservazione delle diverse stagioni architettoniche che li hanno prodotti.
Una piazza tra due città
Il principale elemento ordinatore del nuovo complesso è una grande piazza coperta, collocata tra il corpo destinato alla formazione e quello riservato alle attività di ristorazione, lavoro e incontro. La sua funzione supera quella di un semplice atrio distributivo. Il progetto cerca di costruire uno spazio collettivo nel quale la vita scolastica possa entrare in relazione con quella urbana, senza che le due debbano necessariamente sovrapporsi.
A nord si sviluppa il campus ITS Academy; a sud trovano posto la ristorazione e gli spazi destinati a eventi e attività complementari. La piazza diventa il luogo nel quale questi programmi si incontrano, consentendo accessi e modalità di utilizzo differenti durante la giornata.
La grande copertura lignea definisce un ambiente protetto, mentre le superfici trasparenti e i ballatoi mantengono visibili le attività dei diversi livelli.
È proprio il sistema degli affacci a trasformare lo spazio centrale in qualcosa di più di una hall rappresentativa. Scale, percorsi e aperture costruiscono relazioni visive tra le persone e permettono di percepire l'edificio come un organismo unitario.
La scelta riprende un principio che appartiene alla tradizione dell'architettura industriale: la possibilità di leggere contemporaneamente diverse parti di un grande spazio produttivo.
Ma qui il lavoro non viene più organizzato attorno alla macchina: sono formazione, incontro e scambio di conoscenze a costruire il programma dell'architettura.
La posizione urbana rafforza questa interpretazione. Spazio Villalta occupa una fascia di connessione tra il centro storico, il canale Ledra e il vicino sistema scolastico e universitario. Il nuovo insieme di percorsi e spazi esterni contribuisce a ridurre la separazione prodotta per decenni dal recinto industriale.
La piazza assume quindi un carattere intermedio: appartiene a un complesso gestito unitariamente, ma è concepita per accogliere anche attività ed eventi aperti alla città.
Il suo valore pubblico non deriva soltanto dalla forma architettonica, ma dalla possibilità di mantenerla accessibile oltre gli orari della didattica.
L'ex fabbrica smette di essere un luogo organizzato attorno alla produzione di un bene e diventa un'infrastruttura destinata alla produzione e alla condivisione delle competenze.
Otto metri di flessibilità
La geometria del nuovo complesso è costruita a partire da una maglia strutturale regolare di 8 × 8 metri, una dimensione che consente di organizzare ambienti differenti mantenendo un sistema portante razionale. La modularità richiama la ripetizione seriale delle campate industriali, ma risponde soprattutto alle esigenze contemporanee di una scuola tecnologica.
Laboratori, aule, sale studio e spazi collettivi richiedono configurazioni differenti e devono poter essere modificati in relazione all'evoluzione degli strumenti didattici.
Il progetto cerca quindi di limitare la presenza di elementi strutturali che condizionerebbero eccessivamente la distribuzione interna, utilizzando sistemi misti capaci di coniugare capacità portante e snellezza.
La struttura comprende elementi in acciaio e calcestruzzo armato, integrati con coperture in legno lamellare. Nella parte interrata, il calcestruzzo assume un ruolo fondamentale anche per le condizioni idrauliche imposte dalla vicinanza del Ledra.
Ai livelli superiori il sistema misto permette di contenere l'ingombro degli elementi portanti, lasciando una maggiore libertà nell'organizzazione delle superfici.
La copertura lignea introduce inoltre una qualità percettiva particolarmente significativa negli spazi collettivi. Le travi rimangono leggibili e costruiscono una sequenza ritmica che restituisce una scala riconoscibile ai grandi ambienti.
La struttura non viene nascosta dietro una composizione puramente decorativa. Il suo funzionamento partecipa alla definizione dell'immagine architettonica, permettendo di riconoscere la distinzione tra elementi portanti, chiusure e partizioni.
È una condizione coerente con la funzione formativa dell’edificio: in una scuola dedicata alla tecnologia, alla meccatronica e ai processi industriali, rendere visibili i principi costruttivi può diventare parte dell'esperienza educativa, anche senza trasformare l'architettura in un esplicito dispositivo didattico.
La flessibilità non significa comunque assenza di regole. La maglia di 8 metri stabilisce un ordine preciso, all'interno del quale i programmi possono variare senza richiedere continue trasformazioni della struttura principale.
È proprio questa relazione tra permanenza e modificabilità a costituire una delle qualità più interessanti del progetto.
Il laterizio come filtro climatico
Il carattere architettonico più riconoscibile di Spazio Villalta è affidato alla facciata in gelosie di laterizio, che costruisce un involucro continuo ma permeabile alla luce. La scelta del mattone stabilisce una relazione immediata con la tradizione produttiva del luogo, ma il materiale viene utilizzato secondo una logica contemporanea.
Non forma semplicemente una parete massiccia; diviene un sistema di schermatura disposto davanti alle superfici trasparenti, capace di modificare il rapporto tra interno ed esterno secondo l'orientamento.
La relazione tecnica di F&M Ingegneria distingue chiaramente il comportamento dei fronti.
Sul prospetto occidentale, maggiormente esposto alla radiazione solare pomeridiana, gli elementi vengono inclinati per ridurre l'ingresso diretto della luce e limitare il surriscaldamento degli ambienti.
Sul lato orientale, rivolto verso il canale Ledra, la disposizione delle gelosie è invece più parallela al piano della facciata, favorendo una relazione visiva diretta con il paesaggio e con la luce del mattino.
La stessa grammatica materica assume quindi configurazioni differenti secondo la funzione ambientale. Il laterizio costruisce contemporaneamente un'identità visiva e una profondità tecnica. Da lontano le superfici appaiono compatte e regolari; avvicinandosi diventano leggibili gli spessori, i vuoti, le inclinazioni e i telai metallici che sostengono gli elementi.
L'effetto varia con il movimento del sole. Le ombre proiettate sulle superfici interne modificano durante la giornata la percezione degli ambienti e rendono visibile il funzionamento del filtro.
La scelta è significativa anche perché evita di associare automaticamente la modernità tecnologica alla completa trasparenza dell'involucro.
Proteggere il vetro attraverso il filtro
La facciata vetrata non viene lasciata indiscriminatamente esposta, ma protetta attraverso un dispositivo che appartiene alla tradizione costruttiva mediterranea ed europea delle schermature traforate.
Il rapporto tra materia e clima diventa così parte della composizione. Spazio Villalta recupera il carattere minerale dell'architettura industriale senza riproporne le condizioni ambientali originarie, reinterpretando il laterizio come una membrana capace di controllare luce, ombra e comfort.
Costruire in un cantiere complesso
La realizzazione del nuovo complesso ha richiesto una strategia costruttiva particolarmente articolata.
Il cantiere si trovava infatti in un'area urbana consolidata, con spazi operativi limitati, edifici storici da proteggere e il canale Ledra immediatamente adiacente. La necessità di eseguire demolizioni, opere interrate e nuove strutture in tempi contenuti ha influenzato direttamente la scelta delle tecnologie.
F&M Ingegneria, responsabile della progettazione integrata, della direzione lavori e del coordinamento generale, ha sviluppato il progetto utilizzando un modello BIM federato, condiviso tra le discipline architettoniche, strutturali e impiantistiche.
L'organizzazione tridimensionale delle informazioni ha permesso di verificare preventivamente le interferenze tra elementi portanti, reti tecnologiche e sistemi di facciata.
La metodologia è stata applicata anche in fase esecutiva, attraverso strumenti di controllo che comprendevano un visore di realtà aumentata, utilizzato per sovrapporre il modello digitale alle condizioni reali del cantiere.
La componente strutturale ha fatto ampio ricorso alla prefabbricazione. Il sistema NPS di Tecnostrutture è stato utilizzato per pilastri, travi e solai. In particolare, la documentazione tecnica indica l'impiego di pilastri NPS Slim, travi NPS Cls e Basic e solai alveolari prefabbricati.
Le sezioni relativamente snelle dei pilastri misti acciaio-calcestruzzo contribuiscono a ridurre gli ingombri, mentre le travi prefabbricate permettono di limitare alcune lavorazioni in opera. Il sistema offre inoltre prestazioni strutturali e di resistenza al fuoco coerenti con le esigenze di un edificio destinato a ospitare numerosi studenti e spazi aperti al pubblico.
La prefabbricazione ha reso possibile organizzare sequenze di montaggio più controllate, una condizione importante in un cantiere nel quale la vicinanza delle preesistenze e la scarsità di spazio rendevano particolarmente delicata la movimentazione dei materiali.
La tecnologia costruttiva non è dunque un elemento secondario rispetto all'architettura, ma uno degli strumenti attraverso cui il nuovo complesso ha potuto trovare forma.
È una continuità interessante con la storia del luogo: dove un tempo l'industria organizzava la produzione attraverso processi ripetibili, oggi la costruzione utilizza logiche industrializzate per realizzare un'infrastruttura dedicata all'innovazione.
Il Ledra torna a produrre
La relazione tra Spazio Villalta e il canale Ledra non appartiene soltanto alla dimensione paesaggistica.
Quando Francesco Dormisch trasferì la propria birreria a Udine, la presenza dell'acqua rappresentava una risorsa produttiva fondamentale. Il canale permetteva infatti di sfruttare l'energia idraulica, contribuendo al funzionamento dello stabilimento.
Il progetto contemporaneo recupera questa relazione attraverso il ripristino del sistema per la produzione di energia idroelettrica, integrato con un impianto fotovoltaico in copertura. È uno degli aspetti più interessanti dell'intervento perché permette di leggere la sostenibilità come continuità storica, non soltanto come introduzione di nuove tecnologie.
L’acqua, che aveva contribuito alla produzione industriale, torna a partecipare al bilancio energetico di un edificio destinato alla formazione. La combinazione tra fonte idroelettrica e fotovoltaico viene presentata dai promotori come elemento centrale della strategia di autonomia energetica del complesso.
La documentazione pubblica, tuttavia, non specifica in modo sufficiente potenza installata della turbina, produzione annua effettiva e consumi dell'intero organismo per certificare un'autosufficienza energetica in tutte le condizioni operative.
È quindi più corretto parlare di una strategia di produzione locale da fonti rinnovabili, il cui contributo reale dovrà essere valutato attraverso i dati di esercizio.
L'involucro contribuisce parallelamente alla riduzione della domanda energetica, attraverso le schermature in laterizio e superfici opache e trasparenti progettate per contenere le dispersioni e i carichi termici.
Gli impianti comprendono pompe di calore, ventilazione meccanica controllata con recupero di calore e illuminazione LED regolata attraverso sensori di presenza e luminosità. La gestione centralizzata permette di monitorare i consumi e adattare il funzionamento alle condizioni di utilizzo dei diversi ambienti.
Il progetto propone quindi una strategia integrata nella quale riduzione del fabbisogno, produzione rinnovabile e controllo impiantistico partecipano allo stesso sistema.
Rimane però aperta una seconda questione ambientale, quella del carbonio incorporato nella nuova costruzione. Le demolizioni e il consistente impiego di acciaio e calcestruzzo comportano inevitabilmente un investimento materiale significativo.
Per una valutazione completa sarebbe necessario disporre anche di un'analisi del ciclo di vita, capace di confrontare l'intervento realizzato con alternative di conservazione e riuso più esteso delle strutture originarie.
Formazione e impresa condividono spazio
Il nuovo complesso nasce dalla volontà dell'imprenditore Gianpietro Benedetti, a lungo alla guida del gruppo Danieli, di realizzare a Udine una sede adeguata alla crescita dell'istruzione tecnologica superiore.
L'operazione è stata sostenuta economicamente dal Gruppo Danieli con un investimento di circa 25 milioni di euro, mentre i fondi del PNRR hanno contribuito alla dotazione dei laboratori. La nuova sede dell'ITS Academy Udine è stata inaugurata ufficialmente il 28 ottobre 2025, dopo che le attività didattiche erano già state trasferite nei nuovi ambienti.
Al momento dell'inaugurazione l'istituto contava quasi 500 iscritti e 18 percorsi biennali, dedicati a settori che comprendono meccatronica, tecnologie industriali, arredo e turismo.
La struttura è dimensionata per accogliere fino a 648 studenti, secondo i dati pubblicati da F&M Ingegneria. Il programma spaziale risponde a questa pluralità di attività attraverso laboratori specialistici, aule flessibili, ambienti per il lavoro di gruppo e zone di studio informale.
Accanto alla scuola trovano posto spazi per eventi, ristorazione, riunioni e attività professionali, così da permettere una relazione più diretta tra ambiente formativo e mondo produttivo. L'intenzione è costruire un luogo nel quale l'apprendimento non avvenga soltanto attraverso lezioni teoriche, ma attraverso l'interazione con strumenti, imprese e problemi concreti.
La presidente dell'ITS Academy Udine, Paola Perabò, ha raccontato dopo il trasferimento come i giovani avessero inizialmente osservato i nuovi ambienti con stupore e come fosse poi emersa una maggiore motivazione nelle attività formative.
La qualità dello spazio diventa così parte dell'identità dell'istituzione.
Non perché l'architettura possa sostituire il contenuto dell'insegnamento, ma perché ambienti ben organizzati, riconoscibili e aperti alla collaborazione possono contribuire a migliorare le condizioni nelle quali la formazione viene svolta.
La vecchia fabbrica continua quindi a partecipare alla produzione industriale del territorio, ma lo fa attraverso una risorsa differente: le competenze delle persone.
La rigenerazione oltre la facciata
La trasformazione dell'ex Dormisch si inserisce anche in un processo più ampio di riqualificazione della zona nord-occidentale del centro storico udinese.
Il progetto ha introdotto nuove superfici pubbliche, percorsi di attraversamento e un parcheggio interrato destinato a servire non soltanto le attività del complesso, ma anche una parte della città.
Nell'aprile 2026 il Comune di Udine e la società Sabolarie Haven & Hospitality hanno definito un accordo con Sistema Sosta e Mobilità per mettere a disposizione 103 posti auto, collegati alla nuova sistemazione viaria di piazzale Cavedalis.
L'intervento amplia quindi il proprio raggio di influenza oltre il perimetro dell'ex fabbrica, contribuendo alla riorganizzazione degli accessi al centro studi e alle attività urbane circostanti. Ma il valore della rigenerazione non può essere misurato soltanto attraverso le superfici recuperate, i posti auto disponibili o il numero di studenti.
La questione principale riguarda il modo in cui un'area precedentemente chiusa e inutilizzata viene reinserita nella vita cittadina.
Spazio Villalta costruisce questa possibilità attraverso una scelta tipologica precisa: non concentrare tutte le attività all'interno di un unico edificio scolastico, ma distribuire programmi differenti attorno a uno spazio collettivo.
La nuova piazza coperta diventa così il vero elemento attraverso cui valutare il successo urbano dell’intervento. La sua capacità di funzionare come luogo d'incontro dipenderà dall'effettiva apertura alla città, dalla varietà degli eventi e dalle modalità di gestione degli spazi.
Non meno importante sarà il rapporto con il patrimonio storico rimasto. Villa Dormisch, la ciminiera e Porta Villalta continuano a costituire riferimenti fisici e simbolici, ma richiedono un contesto urbano capace di valorizzarli senza ridurli a semplici elementi scenografici.
La perdita dell'ala Mattioni ricorda contemporaneamente che ogni rigenerazione comporta scelte irreversibili e che il recupero della memoria non coincide necessariamente con la conservazione della sua materia.
È proprio questa tensione a rendere Spazio Villalta un caso interessante nel dibattito contemporaneo sull'architettura industriale. Il progetto dimostra come una grande area dismessa possa tornare a svolgere una funzione strategica per la comunità attraverso una nuova infrastruttura formativa, ma mostra anche quanto sia delicato decidere quali tracce del passato conservare e quali reinterpretare.
A Udine, la birra non viene prodotta più da quasi quarant'anni. Il luogo che ne ospitava la fabbrica, tuttavia, continua a partecipare alla storia industriale della città. Non attraverso macchinari e linee di imbottigliamento, ma mediante laboratori, aule, spazi pubblici e nuove relazioni tra formazione e impresa.
La fabbrica cambia mestiere, ma conserva una parte essenziale della propria vocazione: trasformare risorse in futuro.
























