- INFO POINT
- Di Aurelio Coppi
- Stato: Progetto
Roma, il tempo torna a essere spazio
Spazi espositivi e museali- Da Via dell’Impero al boulevard archeologico
- CArMe riunisce 106 ettari di archeologia e città c
- Labics usa piazze e terrazze per rendere nuovament
- Sampietrini, travertino e basalto trasformano la p
- Terrazze, alberi e ombra rallentano la visita
- I nuovi attraversamenti ricuciono Monti e Campidog
- Quasi pedonale, non ancora pedonale
- Roma non ricostruisce il passato
“Supponiamo che Roma non sia un luogo abitato, ma un’entità psichica con un passato altrettanto lungo e ricco”.
Quando Sigmund Freud, ne Il disagio della civiltà, cercò un’immagine per spiegare la persistenza della memoria, scelse Roma. Immaginò una città impossibile nella quale ciò che era stato costruito non fosse mai scomparso e tutte le epoche continuassero a esistere contemporaneamente. Il tempio antico, il palazzo successivo e la città moderna avrebbero occupato nello stesso istante lo stesso luogo: sarebbe bastato cambiare punto di vista per vederne emergere una diversa.
Poche parti di Roma rendono questa metafora tanto concreta quanto l’asse compreso tra Piazza Venezia e il Colosseo. Qui la città dei Fori di Cesare, Augusto, Nerva e Traiano convive con le trasformazioni medievali, con il quartiere Alessandrino, con la monumentalizzazione fascista degli anni Trenta e infine con la metropoli contemporanea.
Una successione di cancellazioni e riemersioni che oggi affronta un nuovo passaggio.
Con CArMe – Centro Archeologico Monumentale, Roma prova infatti a modificare radicalmente il modo in cui il proprio cuore archeologico viene attraversato, percepito e abitato. Via dei Fori Imperiali perderà progressivamente la configurazione di grande arteria novecentesca per diventare una superficie urbana quasi interamente destinata a pedoni e biciclette, affacciata sull’antico attraverso terrazze, nuovi percorsi e connessioni trasversali. Il progetto non intende però cancellare la strada costruita nel XX secolo per ricostruire una Roma idealizzata. Il problema è più sottile: come rendere contemporaneamente leggibili più città sovrapposte senza fingere che una sola di esse sia quella autentica?
Da Via dell’Impero al boulevard archeologico
Via dei Fori Imperiali è già, in se stessa, un progetto di interpretazione della storia. Nacque come Via dell’Impero, inaugurata il 28 ottobre 1932, e la sua apertura comportò demolizioni estese nel tessuto urbano esistente. Il Quartiere Alessandrino venne in larga parte cancellato e gli scavi resero scenograficamente visibili i resti monumentali della Roma imperiale. I Musei Capitolini ricordano come l’intervento fosse esplicitamente costruito per stabilire una continuità simbolica tra Roma fascista e Roma imperiale, collegando visivamente il Colosseo al Vittoriano.
La strada che oggi appare quasi inevitabile nel paesaggio romano è dunque essa stessa un manufatto relativamente recente, sovrapposto a strutture molto più antiche e ottenuto eliminando una parte della città cresciuta sopra di esse. Di quel tessuto rimane, tra le altre tracce, Via Alessandrina, principale asse del quartiere cinquecentesco edificato nell’area e oggi sopravvissuta in forma frammentaria.
È precisamente questa condizione a rendere interessante il progetto contemporaneo. L'obiettivo dichiarato non è demolire il segno novecentesco ma ridurne il predominio percettivo, trasformandolo da infrastruttura che attraversa l’archeologia a spazio dal quale l’archeologia torna comprensibile.
Roberto Gualtieri ha sintetizzato la questione osservando che la vecchia strada attraversava la geometria dei Fori e lasciava i monumenti sullo sfondo, quasi fossero “una semplice quinta da guardare dall’automobile”. Il nuovo assetto, ha aggiunto, dovrebbe invece aiutare cittadini e visitatori a leggere i diversi strati della storia.
Cambiare il modo di muoversi, cambiare il modo di guardare
La trasformazione acquisisce così un significato che supera la pedonalizzazione. Cambiare il modo di muoversi significa cambiare il modo di guardare. Una strada costruita per produrre una prospettiva monumentale viene riconfigurata per consentire movimenti laterali, soste, discese e attraversamenti. Al punto di vista frontale Piazza Venezia-Colosseo subentra progressivamente una geografia più complessa.
CArMe riunisce 106 ettari di archeologia e città costruendo un anello pedonale
Via dei Fori Imperiali è soltanto l’elemento più visibile di un programma molto più esteso. Il Centro Archeologico Monumentale di Roma comprende oltre ottanta interventi distribuiti nel sistema formato da Piazza Venezia, Fori Imperiali, Colosseo, Palatino, Celio, Terme di Caracalla, Circo Massimo e Campidoglio. Lo stato di avanzamento presentato nell’ottobre 2026 riguarda un investimento complessivo nell’ordine dei 191 milioni di euro, quasi 200 milioni, su un'area archeologica centrale di circa 106 ettari.
La scala consente di comprendere perché definirlo semplicemente un progetto di riqualificazione stradale sia riduttivo. CArMe cerca di costruire un sistema urbano continuo attraverso luoghi oggi percepiti come una costellazione di siti monumentali separati.
Alla base c'è un'idea che precede di molto la strada fascista. Il concorso internazionale bandito nel 2023 per la Nuova Passeggiata Archeologica recuperava infatti esplicitamente il progetto ottocentesco di Guido Baccelli: nel 1887 il Consiglio comunale aveva approvato la costituzione di una passeggiata archeologica tra Circo Massimo e Mura Aureliane.
Il nuovo anello riprende quel principio ampliandolo. Via dei Fori viene collegata con via di San Gregorio, via dei Cerchi, via di San Teodoro, il Campidoglio e gli altri percorsi attorno al Palatino. Alcuni segmenti sono già stati riqualificati, altri sono in costruzione o in progettazione. L'obiettivo ufficiale espresso dalla Sovrintendenza Capitolina è doppio: creare continuità fisica e, contemporaneamente, permettere una lettura più chiara del rapporto tra città contemporanea e città archeologica.
È qui che il progetto assume una dimensione propriamente urbana. Il patrimonio non viene considerato soltanto come destinazione, ma come infrastruttura dello spazio pubblico. Camminare dal Campidoglio al Circo Massimo, dal Celio ai Fori o da Monti verso l'area archeologica dovrebbe diventare un percorso cittadino ordinario, non necessariamente una sequenza di ingressi e uscite da recinti museali.
Labics usa piazze e terrazze per rendere nuovamente leggibile la geometria perduta dei Fori Imperiali
Il concorso internazionale del 2024, al quale arrivarono 23 proposte, è stato vinto da Labics, studio romano fondato da Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori. Il gruppo comprendeva anche competenze di mobilità, paesaggio e strutture, con ia2 Studio, GO-Mobility, Openfabric, Orizzontale e Buromilan.
La questione affrontata dal progetto è innanzitutto percettiva. Percorrendo oggi via dei Fori Imperiali è relativamente facile riconoscere singoli monumenti, molto più difficile ricostruire mentalmente le grandi figure spaziali alle quali appartenevano. I Fori erano successioni di piazze con orientamenti, recinti, portici e assialità differenti; la grande strada novecentesca li ha sezionati obliquamente, imponendo una geometria molto più immediatamente leggibile.
Clemente e Isidori spiegavano, dopo la vittoria del concorso, che il loro progetto parte proprio dalla volontà di “rendere visibile la disposizione spaziale” originaria dei Fori. Terrazze e piazze dovrebbero quindi sottolineare gli orientamenti archeologici oggi interrotti, restituendo al visitatore la percezione di attraversare complessi differenti e non un'unica fascia indistinta di rovine.
La commissione giudicatrice aveva colto lo stesso principio, apprezzando in particolare la capacità del progetto di rendere riconoscibili le relazioni trasversali fra la strada e le aree archeologiche, mantenendo contemporaneamente visibile il tracciato novecentesco attraverso una scelta differenziata delle pavimentazioni.
È una strategia più sofisticata della ricostruzione. Non vengono ricostruiti i muri scomparsi: ne viene evocata la posizione nello spazio contemporaneo. L'architettura lavora quindi attraverso superfici, giunti, materiali, quote e direzioni.
In questo modo la nuova passeggiata potrebbe diventare una sorta di grande pianta archeologica abitabile. Non una planimetria osservata dall'alto, ma una rappresentazione alla scala del corpo, nella quale attraversare un cambio di pavimentazione significa idealmente oltrepassare l'antico limite di un Foro.
Sampietrini, travertino e basalto trasformano la pavimentazione in una mappa
Il sistema dei materiali è forse il dispositivo progettuale più evidente. Nel tratto centrale della nuova via convivono sampietrini, travertino, basalto e calcestre. Le fasce chiare in travertino attraversano la strada seguendo le geometrie degli antichi complessi e suggeriscono la posizione di limiti e muri oggi interrotti dall'asse moderno.
Il sampietrino, invece, conserva la riconoscibilità della strada novecentesca. La scelta non è casuale: una delle condizioni poste al progetto è che Via dei Fori Imperiali continui a essere leggibile come uno degli strati storici del luogo. Eliminare completamente la strada avrebbe infatti significato compiere, con intenzioni opposte, un gesto metodologicamente simile a quello degli anni Trenta: scegliere una fase della storia e sacrificare le altre.
La sezione urbana cambia però profondamente. Gli attuali marciapiedi verranno eliminati come elementi rialzati e sostituiti lateralmente da superfici in basalto poste sostanzialmente alla stessa quota della carreggiata. Il risultato sarà un piano continuo, nel quale la separazione tra spazio pedonale e corridoio destinato ai mezzi pubblici sarà leggibile soprattutto attraverso materiali e piccoli elementi di delimitazione.
Il progetto effettivamente in costruzione rappresenta inoltre l'esito di un confronto tra il disegno vincitore e gli organismi di tutela. Alcune soluzioni originarie sono state modificate: in particolare, il legno previsto per determinate terrazze e passerelle è stato sostituito da materiali lapidei, e le terrazze di affaccio saranno rivestite in basalto.
La trasformazione è significativa anche metodologicamente. In un luogo caratterizzato da una quantità eccezionale di testimonianze materiali, l'architettura contemporanea sceglie di non competere con nuovi oggetti iconici. Il progetto principale è il suolo.
Camminando, sarà la differenza tra il nero del basalto, la tessitura dei sampietrini e le linee chiare del travertino a suggerire che sotto quella superficie non esiste una città sola.
Terrazze, alberi e ombra rallentano la visita
Uno dei limiti più evidenti della Via dei Fori attuale deriva dal contrasto tra il suo carattere apparentemente pedonale e la configurazione ancora stradale. Le automobili private non attraversano più l'asse come in passato, ma autobus, taxi e mezzi autorizzati continuano a percorrerlo, mentre il pubblico tende a concentrarsi sui due marciapiedi laterali.
La nuova configurazione prova invece a produrre luoghi nei quali fermarsi. Le terrazze sull'area archeologica introducono punti di osservazione più ravvicinati; sedute e balaustre trasformano il bordo da semplice linea di sicurezza in luogo di sosta; le nuove alberature ricostruiscono parti ombreggiate della passeggiata.
Il progetto paesaggistico prevede il ritorno di pini e l'integrazione con specie differenti, organizzate anche in piccoli nuclei alberati. La loro funzione è tutt'altro che decorativa. Roma è una città nella quale gran parte dell'esperienza dello spazio pubblico avviene sotto condizioni climatiche sempre più severe: poter attraversare e soprattutto sostare all'ombra diventa parte dell'accessibilità reale di un luogo.
La sequenza originariamente immaginata da Labics alternava infatti terrazze, piazze e aree verdi proprio per trasformare la percorrenza lineare in una successione di esperienze. Non semplicemente andare da Piazza Venezia al Colosseo, quindi, ma poter interrompere il movimento, cambiare direzione, avvicinarsi al bordo e osservare.
Alla dimensione diurna se ne aggiunge una notturna. Il programma comprende la riattivazione dell'illuminazione monumentale dei Fori di Traiano, Nerva e della Pace sulla base del progetto sviluppato da Vittorio Storaro, cui dovrebbe seguire il Foro di Cesare.
Anche questo contribuisce a spostare l'area dal modello del recinto archeologico a quello dello spazio urbano. Una città non viene usata soltanto durante gli orari di visita: viene attraversata la mattina, la sera, per necessità o per caso.
I nuovi attraversamenti ricuciono Monti e Campidoglio
La trasformazione più radicale potrebbe tuttavia non essere quella visivamente dominante della nuova pavimentazione. CArMe lavora infatti su una serie di connessioni trasversali capaci di attraversare la grande incisione archeologica creata dagli scavi e dalle demolizioni novecentesche.
Uno degli interventi più significativi riguarda via Bonella. Il progetto prevede una passerella pedonale tra il settore centrale di Via dei Fori Imperiali e lo spazio alle pendici del Campidoglio compreso tra Carcere Mamertino, Foro Romano e chiesa dei Santi Luca e Martina. L'intervento recupera idealmente una connessione urbana interrotta: via Bonella esisteva già alla fine del Cinquecento ed era parte del sistema del quartiere Alessandrino, prima di essere eliminata nel tratto centrale durante le campagne archeologiche.
Altri collegamenti riguardano Campo Carleo e Sant'Urbano, gli accessi al Foro di Cesare e i rapporti tra Monti e l'area monumentale. La Sovrintendenza descrive esplicitamente questi interventi come strumenti per collegare la quota urbana con la quota archeologica, rendendo possibile una visita più continua e accessibile.
È uno dei nodi più interessanti dell'intero progetto. Gli scavi che hanno riportato alla luce la città antica hanno inevitabilmente prodotto anche separazioni nella città moderna. Rendere visibile l'archeologia ha significato in alcuni casi creare grandi vuoti, dislivelli, recinti e percorsi obbligati.
Claudio Parisi Presicce ha sintetizzato il problema parlando della necessità di superare il principio della “città di sopra e di quella di sotto”.
CArMe prova quindi una sorta di inversione: non interrare nuovamente i resti per ricostruire la continuità urbana, ma permettere alla città contemporanea di attraversare l'archeologia mediante ponti, discese, terrazze e percorsi reversibili.
Ridurre il traffico, mantenere il trasporto pubblico
L'assetto annunciato mantiene due corsie centrali per autobus, taxi, mezzi autorizzati e di emergenza, riducendo drasticamente lo spazio oggi dedicato alla circolazione, ma conservando la funzione di trasporto pubblico. La piena eliminazione dei veicoli potrà essere valutata soltanto con il completamento della stazione Venezia della Metro C, attualmente indicato nell'orizzonte 2032-2033.
È una condizione importante perché evita una lettura semplicistica della trasformazione. Il progetto non risolve soltanto un problema estetico: interviene su un asse che continua a essere parte del sistema di mobilità del centro di Roma. Il vero successo della pedonalizzazione dipenderà quindi anche dalla capacità della città di offrire alternative di trasporto sufficientemente forti.
Secondo il cronoprogramma presentato nell'ottobre 2026, la pavimentazione principale dovrebbe essere completata entro la fine dell'anno; la rimozione dei marciapiedi proseguirà fino a marzo 2027; le prime terrazze sul Foro Romano e il collegamento verso il Carcere Mamertino sono previsti all'inizio dell'anno, mentre l'insieme degli interventi principali sulla via dovrebbe concludersi entro l'estate 2027.
Parallelamente vengono sviluppati servizi per l'accoglienza e l'orientamento: il programma prevede fino a venti punti di servizio e la riorganizzazione dell'infopoint presso la Basilica di Massenzio.
La questione sarà però anche quella della pressione turistica. UNESCO inserisce esplicitamente il carico dei visitatori tra i fattori di rischio del centro storico di Roma, patrimonio mondiale dal 1980.
Trasformare i Fori in uno spazio pubblico migliore non potrà dunque significare soltanto aumentare la loro capacità di accogliere turisti. La sfida più difficile sarà farli tornare a essere un luogo della città.
Roma non ricostruisce il passato: costruisce un modo nuovo per attraversarlo
La qualità potenzialmente più importante della nuova passeggiata consiste proprio nel rifiuto di una soluzione apparentemente più semplice. Non si tenta di riportare l'area a un momento storico ideale. Sarebbe impossibile e, soprattutto, contraddirebbe la natura stessa di Roma.
UNESCO individua nella stratificazione dei linguaggi architettonici e delle trasformazioni urbane uno dei caratteri essenziali del valore universale della città. Roma non è importante perché una fase della sua storia è rimasta intatta, ma perché quasi tre millenni di città hanno continuato a sovrapporsi, trasformarsi e riutilizzarsi.
È per questo che conservare il segno di Via dei Fori Imperiali mentre se ne riduce il ruolo automobilistico può essere più interessante che cancellarlo. L'asse degli anni Trenta continuerà a esistere, ma attraversato dalle linee di travertino che raccontano geometrie più antiche; il visitatore potrà muoversi longitudinalmente sulla strada oppure lateralmente verso le piazze archeologiche; nuovi ponti ricostruiranno relazioni medievali e moderne senza ripristinare gli edifici scomparsi.
Il progetto diventa così una riflessione sulla memoria costruita.
Freud immaginava una Roma impossibile nella quale ogni epoca sopravviveva materialmente accanto alle altre. L'architettura non può realizzare quel paradosso. Può però fare qualcosa di forse più interessante: rendere percepibile ciò che non è più visibile.
Nel nuovo disegno dei Fori un muro scomparso può diventare una fascia di travertino, una strada cancellata può trasformarsi in una passerella, il limite di una piazza romana può riemergere nella direzione di una terrazza. L'antico non viene ricostruito e il moderno non viene nascosto.
Sono i rapporti tra le epoche a diventare progetto.
Ed è probabilmente questa la questione più profonda posta oggi da Via dei Fori Imperiali: non come rendere più monumentale il luogo che possiede già alcuni dei monumenti più celebri al mondo, ma come trasformare duemila anni di memoria in spazio pubblico contemporaneo.

























