- INFO POINT
- Di Ernesto Logatto
- Stato: Edificio concluso
L'architettura impara a cambiare
Edilizia Scolastica- La rigenerazione di un campus ricostruisce un rapp
- Lla scuola del 1972 come esperimento di architettu
- Lla scuola del 1972 come esperimento di architettu
- Vent'anni di abbandono e il dibattito sulla tutela
- Il Campus du Parc di IT’S conserva la struttura st
- Il parco André-Malraux entra nell’architettura
- La costruzione off-site rinnova la prefabbricazion
- Dalla scuola sperimentale al campus contemporaneo
“La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano”. In Le città invisibili, Italo Calvino descriveva la memoria urbana come qualcosa che non appartiene soltanto ai monumenti, ma rimane impressa nelle strade, nelle finestre, nelle scale e nelle infinite trasformazioni della materia costruita.
È un'immagine particolarmente adatta a raccontare la vicenda della vecchia scuola di architettura di Nanterre, alle porte di Parigi. Progettata da Jacques Kalisz e Roger Salem all'inizio degli anni Settanta, era nata per rappresentare un'idea radicale di insegnamento e di città: un organismo aperto, costruito per moduli, capace di crescere e modificarsi seguendo l'evoluzione delle relazioni umane. Poi, nel 2004, l'edificio venne abbandonato. Per oltre vent'anni rimase ai margini della trasformazione metropolitana, mentre il vicino quartiere della Défense continuava a crescere.
Oggi quella struttura torna a vivere attraverso il Campus du Parc, completato nel 2026 dallo studio italiano IT’S , fondato da Alessandro Cambi , Francesco Marinelli e Paolo Mezzalama . L'intervento non cerca di riportare l'edificio alla sua condizione originaria, né di sostituirlo con un'architettura contemporanea. Prova piuttosto a raccogliere la sfida che Kalisz aveva lanciato più di cinquant'anni prima: se un edificio è pensato per trasformarsi, la sua conservazione non può coincidere con l'immobilità.
La rigenerazione di un campus ricostruisce un rapporto interrotto con la città
Il Campus du Parc occupa una posizione particolare nel paesaggio della metropoli parigina. A ovest si innalzano i grattacieli della Défense, uno dei maggiori distretti direzionali europei; attorno si sviluppano grandi complessi residenziali, infrastrutture di trasporto e attrezzature culturali realizzate durante la trasformazione di Nanterre nella seconda metà del Novecento.
Al centro di questo sistema si trova il parco André-Malraux, circa 25 ettari di verde realizzati tra il 1971 e il 1980 su progetto del paesaggista Jacques Sgard. La sua storia è strettamente connessa alla costruzione della Défense: una parte consistente del terreno utilizzato per modellarne le colline artificiali proveniva proprio dagli scavi del quartiere direzionale.
Il parco non nacque semplicemente come spazio ricreativo. André Malraux, allora ministro francese degli Affari culturali, aveva immaginato un vasto sistema di attrezzature artistiche e formative immerse nel verde, nel quale architettura, paesaggio e cultura avrebbero dovuto costruire una nuova centralità metropolitana.
Di quella visione rimangono testimonianze importanti: il Théâtre Nanterre-Amandiers, la scuola di danza dell'Opéra di Parigi e la vecchia scuola di architettura progettata da Kalisz e Salem. Poco distante, le torri residenziali di Émile Aillaud compongono uno dei paesaggi più riconoscibili dell'urbanistica francese del dopoguerra.
Ripristinare le connessioni
Il nuovo Campus du Parc si inserisce in questo insieme non come un elemento isolato, ma come un tentativo di ripristinare le connessioni che avevano dato significato al progetto originario.
L'edificio, rimasto inutilizzato dal 2004, si era progressivamente trasformato in una presenza marginale. Mentre i quartieri circostanti cambiavano, le sue strutture metalliche, le terrazze e i cortili venivano riconquistati dalla vegetazione.
La sfida contemporanea non consisteva quindi soltanto nel recuperare una costruzione degradata, ma nel restituire continuità a un pezzo di città rimasto escluso dai processi di trasformazione.
La scuola del 1972 come esperimento di architettura modulare e pedagogia dopo il Sessantotto
Per comprendere l'intervento di IT’S è necessario tornare all'idea dalla quale nacque l'edificio originario. Tra il 1970 e il 1972, Jacques Kalisz e Roger Salem progettarono una scuola di architettura che traduceva in forma costruita alcune delle riflessioni pedagogiche emerse dopo il Sessantotto francese. L'insegnamento non doveva più essere organizzato esclusivamente attraverso aule separate e rapporti gerarchici tra docenti e studenti, ma favorire sperimentazione, confronto, collaborazione e appropriazione individuale degli spazi.
L'architettura diventava così parte del metodo educativo.
Kalisz sviluppò, insieme a Salem e all'ingegnere Miroslav Kostanjevac, un sistema industrializzato di elementi metallici prefabbricati, organizzati secondo una geometria combinatoria basata sulla sovrapposizione e intersezione di moduli quadrati.
L'edificio assumeva l'aspetto di un organismo cellulare: una sequenza di volumi, terrazze e spazi intermedi apparentemente capace di espandersi attraverso l'aggiunta di nuove unità.
Questa geometria non rappresentava soltanto un'espressione formale. Consentiva di organizzare i diversi livelli secondo modalità di apprendimento differenti. Al piano terreno trovavano posto le attività collettive più ampie; ai livelli superiori si alternavano spazi destinati a gruppi di dimensioni progressivamente ridotte, fino agli atelier individuali.
Le partizioni interne potevano essere modificate seguendo l'evoluzione dei programmi didattici.
Il sistema costruttivo, realizzato con il contributo dell'impresa GEEP Industries, permetteva inoltre un montaggio particolarmente rapido: l'edificio venne costruito in meno di un anno grazie alla prefabbricazione industriale.
In un certo senso, la scuola utilizzava la propria struttura per insegnare il cambiamento.
È proprio questa condizione a rendere il progetto di Nanterre una testimonianza importante dell'architettura del secondo Novecento. La modularità non era una semplice tecnica di razionalizzazione edilizia, ma uno strumento attraverso cui immaginare una società meno rigidamente organizzata.
L'edificio non doveva imporre una forma definitiva alle attività umane. Doveva poter cambiare insieme a esse.
Dopo la riorganizzazione dell'insegnamento dell'architettura in Francia, la struttura venne progressivamente dismessa, fino all'abbandono definitivo nel 2004.
Negli anni successivi il complesso si deteriorò rapidamente. Le strutture metalliche subirono fenomeni di corrosione, le superfici vetrate e i componenti dell'involucro si degradarono, mentre l'assenza di manutenzione accelerò il processo di obsolescenza.
L'edificio divenne così il centro di un dibattito sul destino del patrimonio architettonico del secondo dopoguerra.
Nel 2012 la sua conservazione arrivò persino all'attenzione del Senato francese. Il senatore André Gattolin interrogò il governo sul futuro della scuola, ricordandone il valore sperimentale e denunciando il rischio di perdere un'opera fondamentale per la storia dell'architettura modulare.
Associazioni come Docomomo France e Les Amis de l'École d'Architecture de Nanterre si mobilitarono per chiedere la tutela e la riconversione dell'edificio.
Il Ministero della Cultura riconobbe l'interesse patrimoniale dell'opera, pur ritenendo più appropriata una soluzione di recupero rispettosa della sua identità rispetto alla conservazione integrale attraverso i vincoli più restrittivi previsti per i monumenti storici.
Il problema è particolarmente significativo.
Molte architetture del Novecento sono state concepite attraverso tecnologie sperimentali, componenti industrializzati e materiali che oggi possono risultare difficili da mantenere. La loro importanza non risiede necessariamente nella durata fisica di ogni elemento, ma nelle idee spaziali, sociali e costruttive che rappresentano.
Conservarle può quindi richiedere interventi sostanziali, talvolta incompatibili con una lettura strettamente conservativa.
Nel caso di Nanterre, questa contraddizione è particolarmente evidente: un edificio progettato per essere modificabile rischiava di essere perduto proprio perché non era più capace, nelle condizioni esistenti, di adattarsi alle nuove necessità.
La risposta di IT’S nasce all'interno di questa tensione. Non si tratta di restaurare un oggetto immutabile, ma di riattivare un principio progettuale.
Il Campus du Parc di IT’S conserva la struttura storica e introduce nuovi volumi
La possibilità di una nuova vita per l'edificio prende forma nel 2018, quando il sito entra nella seconda edizione del programma Inventons la Métropole du Grand Paris, iniziativa dedicata alla trasformazione di aree complesse della regione parigina attraverso progetti capaci di combinare innovazione urbana, sostenibilità e investimenti privati.
Nel 2019 la proposta di IT’S, sviluppata con Eiffage Immobilier e il gruppo De Vinci Higher Education, viene selezionata come vincitrice.
L'obiettivo è trasformare la vecchia scuola in un polo universitario contemporaneo, destinato ad accogliere circa 4.500 studenti di ingegneria, economia e discipline digitali, con una capacità complessiva superiore alle 4.800 persone considerando anche il personale.
Il nuovo complesso raggiunge 18.000 m² di superficie, rispetto ai circa 10.000 m² dell'edificio originario, attraverso un intervento che combina conservazione, demolizioni selettive e ampliamento.
Secondo i progettisti, viene mantenuto circa l'80% dell'impronta edificata originaria e il 60% della volumetria esistente. La riqualificazione comprende anche il recupero di una parte importante della struttura metallica, dei pilastri, delle travi e di alcuni solai in calcestruzzo.
Tre nuovi corpi di fabbrica, sviluppati su cinque livelli, affiancano la parte storica. Le loro strutture leggere in legno e i fronti schermati da elementi verticali in bambù introducono un linguaggio contemporaneo che dialoga con la geometria modulare originale senza riprodurla letteralmente.
L'ala amministrativa mantiene invece una relazione più immediata con l'architettura di Kalisz: la struttura viene lasciata visibile, ridipinta di bianco e protetta da una nuova pelle di vetro e alluminio riflettente.
Tra i volumi nuovi e quelli recuperati si inserisce una grande agorà centrale.
La differenza tra le parti non viene nascosta. Al contrario, è proprio il rapporto tra acciaio, vetro, legno, alluminio e bambù a rendere leggibile la trasformazione.
Il progetto costruisce una continuità di principi, non un'uniformità di linguaggio.L'agorà centrale e i nuovi spazi didattici trasformano la vecchia scuola in un campus capace di evolvere con l'insegnamento
Il cuore del Campus du Parc è costituito dall'agorà, uno spazio collettivo che collega i volumi storici con i nuovi ampliamenti e rende percepibile il rapporto tra le diverse generazioni dell'edificio.
La struttura metallica preesistente rimane visibile, mentre una nuova copertura trasparente introduce luce naturale e protegge lo spazio dagli agenti atmosferici.
Attorno all'agorà si distribuiscono ambienti didattici, sale conferenze, uffici e luoghi destinati alla vita quotidiana degli studenti.Il programma comprende un grande auditorium, una caffetteria, aule, spazi di lavoro condivisi e attività sportive collocate nei due livelli interrati, tra cui palestra, dojo e sala per la danza.
L'organizzazione riprende il principio fondamentale dell'edificio originale: gli ambienti non devono essere definiti una volta per tutte da una distribuzione rigida.
Le nuove aule sono infatti concepite come piattaforme relativamente libere, adattabili a modalità di insegnamento differenti. I ballatoi esterni prolungano gli spazi interni e permettono di attraversare il complesso mantenendo un contatto costante con il paesaggio.
La flessibilità non coincide soltanto con la possibilità di spostare una parete. Riguarda la capacità dell'edificio di accogliere programmi che oggi non possono essere completamente previsti. È una condizione particolarmente importante per un'università dedicata a discipline nelle quali strumenti e modalità di apprendimento cambiano rapidamente.
L'agorà assume quindi un valore che supera quello di un grande atrio: diventa uno spazio di intersezione tra attività differenti, un luogo nel quale studenti di ingegneria, economia e tecnologie digitali possono condividere momenti informali senza che questi siano necessariamente programmati dall'istituzione. L'architettura torna così a interrogarsi sulla stessa questione che aveva guidato Kalisz: come costruire ambienti capaci di favorire relazioni umane che non possono essere previste in anticipo?
Il parco André-Malraux entra nell’architettura
La relazione con il parco rappresenta l'altra grande questione del progetto.
La scuola originale era stata pensata come parte integrante del paesaggio di Jacques Sgard, ma decenni di abbandono avevano compromesso questa continuità. Il nuovo campus cerca di ricostruirla attraverso una strategia paesaggistica sviluppata con lo studio Base.
La geometria cellulare dell'edificio storico diventa il riferimento per il disegno degli spazi esterni. Vicino ai volumi costruiti prevalgono superfici compatte e pavimentazioni minerali, necessarie per organizzare accessi, percorsi tecnici e spazi di sosta. Procedendo verso il parco, il disegno si allenta progressivamente: le superfici diventano permeabili, i margini si dissolvono nella vegetazione e la gestione delle acque meteoriche viene integrata nel paesaggio.
L'effetto ricercato è quello di una transizione graduale tra architettura e natura, anziché di una separazione netta tra edificio e giardino.
Anche terrazze, cortili e coperture della costruzione originaria vengono recuperati e piantumati, mentre i nuovi volumi introducono superfici verdi in quota. La vegetazione non costituisce quindi una semplice cornice visiva. Entra nella sezione dell'edificio, modifica il rapporto tra pieni e vuoti e accompagna la vita quotidiana degli ambienti.
Parallelamente, un nuovo sistema di attraversamenti collega il campus all'Esplanade Charles-de-Gaulle, alla stazione della RER, a rue Salvador-Allende e al parco André-Malraux.
Il ridisegno dell'allée Le Corbusier e della piazza d'ingresso, sviluppato attraverso un accordo con il Comune di Nanterre, estende l'intervento oltre i confini della proprietà.
È proprio questo passaggio a dare al progetto una dimensione urbana più ampia. Un campus universitario possiede necessariamente spazi regolati da accessi, orari e funzioni specifiche. Ma la sua presenza può comunque contribuire a migliorare la continuità dei percorsi pubblici e l'accessibilità del quartiere.
Il parco non viene semplicemente portato dentro l'università: è l'università a cercare nuovamente un posto dentro il sistema degli spazi collettivi della città.
Legno, bambù ed ETFE costruiscono un'architettura bioclimatica nella quale sostenibilità e qualità sensoriale coincidono La scelta dei materiali costituisce uno degli elementi più riconoscibili del nuovo Campus du Parc.
Alle superfici riflettenti dell'edificio recuperato si contrappongono il legno delle nuove strutture e il bambù dei sistemi di schermatura solare. I materiali sono utilizzati per le loro caratteristiche costruttive e ambientali, ma anche per la capacità di modificare l'esperienza percettiva degli spazi.
Il legno introduce una componente tattile e cromatica più calda rispetto all'acciaio e al vetro; il bambù filtra la radiazione solare, costruendo una luce mutevole all'interno delle aule; le superfici metalliche riflettenti dialogano invece con la vegetazione circostante, modificando l'aspetto dei prospetti secondo le condizioni atmosferiche.
IT’S definisce questa impostazione attraverso il concetto di «ecologia emozionale», una sostenibilità che non dovrebbe essere soltanto misurata attraverso parametri energetici, ma anche percepita dalle persone che abitano l'edificio.
La soluzione più evidente si trova nella copertura dell'agorà, realizzata con cuscini pneumatici in ETFE, un materiale polimerico traslucido particolarmente leggero rispetto al vetro.
La copertura utilizza una stratificazione serigrafata per controllare l'ingresso della radiazione solare. Il sistema viene integrato con ventilazione naturale e una pavimentazione radiante reversibile, capace di contribuire sia al riscaldamento sia al raffrescamento.
Secondo i progettisti, questa combinazione permette di contenere la necessità di climatizzazione meccanica in gran parte degli ambienti e di mantenere condizioni di comfort anche durante le giornate particolarmente calde.
L'intervento comprende inoltre il collegamento alla rete urbana di riscaldamento e raffrescamento, coperture vegetali e una superficie fotovoltaica di circa 750 m², con una produzione annua prevista di 170 MWh, corrispondente a circa il 7% del consumo elettrico complessivo del campus.
Il dato è interessante perché permette di distinguere il contributo effettivo della produzione energetica locale dall'idea generica di edificio autosufficiente.
Il Campus du Parc non è un organismo energeticamente indipendente. È un complesso che combina produzione rinnovabile, infrastrutture urbane, strategie passive e riduzione della domanda. La sua sostenibilità deriva quindi da un insieme di scelte integrate, nelle quali la qualità ambientale viene perseguita attraverso la forma, i materiali, l'involucro e gli impianti.
La costruzione off-site rinnova la prefabbricazione degli anni Settanta e riduce l'impatto del cantiere sulla città esistente
Uno degli aspetti più interessanti del Campus du Parc riguarda il rapporto tra la tecnica costruttiva contemporanea e quella dell'edificio originale. Kalisz e Salem avevano utilizzato la prefabbricazione industriale per costruire rapidamente una scuola modulare, convinti che la standardizzazione degli elementi potesse favorire la flessibilità e la trasformazione.
Cinquant'anni dopo, IT’S riprende lo stesso principio attraverso la costruzione off-site, cioè la realizzazione di componenti edilizi in stabilimento, successivamente trasportati e assemblati nel cantiere.
Il progetto comprende pannelli prefabbricati in calcestruzzo armato, travi in legno lamellare, strutture portanti, scale, elementi di facciata, schermature in bambù e passerelle ibride acciaio-legno.
Secondo Eiffage Immobilier, il 100% delle scale è stato prefabbricato, così come oltre 1,2 km di ballatoi in legno, equivalenti a quasi 2.500 m² di superfici di percorrenza. Sono stati inoltre realizzati fuori opera circa 60 m³ di elementi per schermature solari e 450 m² di solai lignei destinati alle aule.
Il progetto fa riferimento al label E3C1, al livello Argent del protocollo Bâtiments Durables Franciliens e allo standard BBCA Rénovation, dedicato alla valutazione delle emissioni di carbonio negli interventi di recupero.
Questi strumenti permettono di collocare le scelte architettoniche all'interno di un processo di valutazione più articolato, nel quale consumi operativi, materiali, modalità costruttive e durata dell'edificio vengono considerati congiuntamente.
Ma forse il dato più interessante è un altro: un edificio progettato cinquant'anni prima, attraverso componenti industrializzati e con una struttura sufficientemente flessibile, è riuscito a ospitare una trasformazione che ne modifica profondamente l'utilizzo senza cancellarne interamente la materia.
La sostenibilità assume così una dimensione temporale: la capacità di adattarsi può essere una delle prestazioni ambientali più importanti dell'architettura.
Dalla scuola sperimentale al campus contemporaneo
La consegna ufficiale del Campus du Parc è avvenuta il 22 maggio 2026, al termine di un intervento che rappresenta un investimento complessivo superiore a 116 milioni di euro.
Il nuovo polo universitario ospita le attività di De Vinci Higher Education, riunendo formazione, ricerca, servizi agli studenti e ambienti dedicati alla collaborazione tra discipline differenti.
La realizzazione è il risultato di un processo complesso che coinvolge IT’S per l'architettura e gli interni, Base per il paesaggio, RFR per le strutture e le facciate, Artelia per l'ingegneria impiantistica e ambientale, LASA per l'acustica, Betom per l'illuminazione e ZEBRandCO per la programmazione e il supporto progettuale, con Colliers per gli allestimenti interni.
A Nanterre, una scuola nata per rappresentare una nuova idea di educazione era diventata, nel giro di pochi decenni, un edificio abbandonato e minacciato dalla demolizione. Il progetto contemporaneo non ne ha ripristinato integralmente la forma originale. Ha eliminato alcune parti, ne ha recuperate altre e ha aggiunto nuovi volumi, materiali e sistemi costruttivi.
È proprio questa trasformazione a rendere il risultato culturalmente interessante: nella conservazione dell'architettura moderna esiste spesso una tensione tra la volontà di mantenere intatto il manufatto e la necessità di garantirgli una vita futura.
Nel caso di Kalisz e Salem, quella tensione assume un significato quasi paradossale: l'idea fondante dell'edificio era la possibilità di evolvere.
IT’S ha scelto di interpretare questa possibilità non come una caratteristica secondaria, ma come il principio stesso della riconversione. Il risultato non è dunque un monumento agli anni Settanta, né un nuovo edificio che utilizza il passato come semplice pretesto narrativo.
È un'architettura nella quale due epoche continuano a confrontarsi attraverso materiali, strutture e spazi differenti.
La vecchia scuola mantiene la memoria di una stagione nella quale si immaginava che la modularità potesse contribuire a trasformare la società. Il nuovo campus raccoglie quella domanda e la riformula attraverso sostenibilità ambientale, prefabbricazione contemporanea e riconnessione urbana.
Tornando all'immagine di Calvino, il passato non viene cancellato né esposto come una testimonianza conclusa. Rimane inscritto nei pilastri, nei ballatoi, nelle terrazze e nelle geometrie che attraversano il nuovo complesso.
Il Campus du Parc dimostra così che conservare un'architettura non significa necessariamente impedirle di cambiare; può significare, al contrario, restituirle la possibilità di continuare a vivere.
Il futuro di un edificio non dipende soltanto da quanto a lungo riesce a resistere, ma da quante volte può essere capace di reinventarsi.




























