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- Di Aurelio Coppi
- Stato: Progetto
Una nuova foresta per Baku
Edilizia Pubblica“Le città hanno la capacità di offrire qualcosa a tutti, soltanto perché, e soltanto quando, sono create da tutti”. Quando Jane Jacobs scrisse queste parole in Vita e morte delle grandi città, nel 1961, stava mettendo in discussione un principio che aveva dominato buona parte dell'urbanistica moderna: l'idea che la complessità della città potesse essere risolta attraverso un disegno unitario, capace di determinare anticipatamente forme, funzioni e comportamenti. Per Jacobs la città non era un oggetto da comporre, ma un sistema vivente di relazioni che poteva prosperare soltanto attraverso la diversità e l'uso quotidiano dei suoi spazi.
Sessantacinque anni dopo, questa riflessione torna sorprendentemente attuale osservando il Baku Expo City Masterplan, presentato il 19 agosto 2026 da ZHA, lo studio di architettura fondato da Zaha Hadid. Su un'area di 198 ettari, accanto al centro espositivo della capitale dell'Azerbaigian, prende forma una nuova porzione di città nella quale abitazioni, scuole, servizi, spazi culturali e infrastrutture congressuali vengono distribuiti tra le pinete esistenti.
Il carattere più interessante del progetto non risiede però nella fluidità delle forme architettoniche, immediatamente riconducibili al linguaggio dello studio. Si trova piuttosto nell'intenzione di costruire la città a partire da ciò che il territorio possiede già: alberi, corridoi naturali, esposizione ai venti, condizioni microclimatiche e relazioni con le infrastrutture metropolitane.
La questione diventa allora più ampia del singolo masterplan. Può una nuova espansione urbana utilizzare il paesaggio come propria struttura ordinatrice, invece di considerarlo una superficie libera da occupare? E soprattutto, quanto dell'ambizione ambientale raccontata attraverso un progetto potrà sopravvivere alla complessità della sua realizzazione?
Dall'icona alla scala urbana
Baku occupa una posizione particolare nella storia recente di ZHA. Qui lo studio ha realizzato il Centro Heydar Aliyev, una delle architetture più riconoscibili della stagione progettuale di Zaha Hadid, nella quale la superficie del terreno si solleva e si trasforma progressivamente in parete e copertura, cancellando la distinzione tradizionale tra edificio e piazza.
Quel progetto sviluppava attraverso un unico organismo architettonico un principio di continuità tra spazio pubblico e costruzione. Con Baku Expo City, la stessa ricerca si sposta alla scala urbana, dove non basta più definire la forma di un edificio: occorre organizzare luoghi che saranno utilizzati da persone differenti, secondo ritmi e necessità impossibili da controllare attraverso il solo disegno.
Il nuovo intervento si colloca accanto al Baku Expo Centre, nella fascia urbana servita dalle grandi infrastrutture di collegamento con l'aeroporto internazionale Heydar Aliyev. Il centro espositivo esistente, inaugurato nel 2010, comprende tre padiglioni e oltre 20.000 m² di spazi destinati a fiere, congressi ed eventi.
La nuova operazione ne amplia radicalmente la prospettiva.
Non si tratta soltanto di realizzare ulteriori padiglioni fieristici, ma di costruire attorno a questa infrastruttura un sistema residenziale e civico permanente, capace di funzionare anche quando non sono previsti eventi.
È un cambiamento tipologico significativo: l'expo non costituisce più un recinto specializzato, ma uno degli elementi di una città abitata.
Un paesaggio costruito tra densità e vegetazione
La dimensione di 198 ettari permette di organizzare quartieri differenti, alternando densità edilizie, infrastrutture verdi e attrezzature collettive. Nei render diffusi da ZHA gli edifici appaiono come aggregazioni di volumi bassi e terrazzati, immersi nella vegetazione e collegati da percorsi curvilinei.
L'immagine è quella di un insediamento nel quale la forma architettonica cerca di seguire l'andamento del paesaggio.
Ma la vera misura della riuscita non sarà data dalla continuità visiva delle coperture verdi: dipenderà dalla possibilità di costruire quartieri dotati di una propria vita quotidiana, capaci di non trasformarsi in semplici appendici residenziali del centro congressi.
Il 30 dicembre 2023 il governo dell'Azerbaigian ha approvato il Master Plan di Baku al 2040, elaborato da AS+P Albert Speer + Partner con il contributo del Baku State Design Institute, Ramboll UK ed EY.
Il documento riguarda un territorio amministrativo di circa 212.300 ettari e affronta una serie di problemi strutturali: crescita urbana, congestione del traffico, riorganizzazione delle centralità, infrastrutture ambientali e riconversione economica.
Uno degli obiettivi dichiarati è il superamento del modello monocentrico attraverso un'organizzazione policentrica, nella quale nuove centralità possano offrire abitazioni, occupazione e servizi senza dipendere sistematicamente dal centro storico.
Baku Expo City si inserisce in questa direzione, pur costituendo un intervento distinto dal piano urbanistico generale.
La vicinanza all'aeroporto e al centro espositivo offre una base economica importante, ma comporta anche un rischio: quello di produrre un quartiere destinato prevalentemente a visitatori temporanei, operatori economici e abitanti con esigenze relativamente omogenee.
Il masterplan prova a superare questa condizione introducendo alloggi di dimensioni differenti, asili, scuole, mercati, attività culturali, centri sportivi e presidi sanitari.
L'idea è che una famiglia possa organizzare una parte consistente della propria vita quotidiana senza dover attraversare continuamente la metropoli.
La qualità urbana, in questo caso, non deriva dalla presenza di un'unica attrezzatura importante, ma dalla distribuzione delle funzioni ordinarie.
È un principio particolarmente vicino alle riflessioni di Jane Jacobs: la vitalità di un quartiere dipende dall'alternanza di persone, usi e orari, non soltanto dall'efficienza della propria infrastruttura.
Rimane tuttavia una differenza sostanziale. Jacobs descriveva la complessità prodotta nel tempo da comunità e attività differenti; Baku Expo City prova invece a predisporre le condizioni di quella complessità attraverso un disegno unitario.
Il progetto potrà organizzare gli spazi nei quali la città dovrebbe nascere, ma non potrà determinarne completamente la vita.
La foresta come infrastruttura urbana
La scelta più importante dichiarata da ZHA riguarda la conservazione della vegetazione.
Il sito contiene circa 18.000 alberi, prevalentemente pini, distribuiti in aree boschive che oggi costituiscono una presenza significativa nel paesaggio.
Il masterplan prevede di conservarne il 92%, attraverso una strategia che integra nuove costruzioni e nuclei vegetali esistenti.
È un dato particolarmente rilevante perché modifica il rapporto tra urbanizzazione e natura.
Nella pianificazione convenzionale, spesso il terreno viene inizialmente suddiviso in lotti edificabili, infrastrutture e spazi pubblici; la vegetazione viene successivamente introdotta nelle superfici rimaste disponibili.
A Baku il procedimento dichiarato è opposto.
La posizione degli alberi diventa una condizione che orienta la distribuzione degli edifici, mentre i corridoi naturali stabiliscono una parte della rete di connessioni pedonali e ciclabili.
I quartieri vengono quindi organizzati come insediamenti separati da fasce verdi continue, evitando per quanto possibile di frammentare completamente la copertura arborea.
La vegetazione svolge inoltre una funzione ambientale complessa. Le chiome intercettano una parte della radiazione solare, contribuiscono al raffrescamento attraverso l'evapotraspirazione e modificano il comportamento del vento vicino al terreno.
L'intervento prevede anche un programma di gestione forestale e nuove piantumazioni, con l'obiettivo di mantenere e rafforzare nel tempo la capacità protettiva del sistema vegetale.
La conservazione del 92% degli alberi non equivale tuttavia automaticamente alla conservazione del 92% dell'ecosistema.
Le condizioni delle radici, la permeabilità del terreno, le modifiche al drenaggio, la continuità delle aree boschive e la pressione generata dai nuovi abitanti possono influire sulla sopravvivenza delle alberature e sulla biodiversità.
Per questo il successo della strategia dovrà essere misurato non soltanto attraverso il numero degli esemplari conservati, ma attraverso la capacità della foresta di continuare a funzionare come un sistema ecologico.
La forza potenziale dell'intervento sta proprio qui: considerare gli alberi non come arredo urbano, ma come infrastruttura viva che richiede spazio, manutenzione e continuità.
Il vento disegna i quartieri
Baku è conosciuta come la Città dei Venti. La sua posizione sulla penisola di Absheron, affacciata sul Mar Caspio, la espone a condizioni atmosferiche che hanno sempre influenzato la vita urbana.
Due sistemi di vento assumono un ruolo particolarmente importante: il Khazri, associato alle correnti fredde provenienti dal Caspio, e il Gilavar, un vento più caldo che interessa la regione soprattutto durante la stagione estiva.
ZHA assume questa condizione come uno dei principali parametri del masterplan.
Gli edifici non vengono orientati soltanto in funzione delle viste, dell'esposizione solare o della distribuzione dei lotti. La loro posizione deriva anche da analisi del comfort del vento alla quota dei pedoni, destinate a comprendere come i volumi costruiti possano modificare la velocità delle correnti vicino al suolo.
Le costruzioni vengono quindi utilizzate come barriere aerodinamiche, capaci di deviare parte dei venti dominanti e di creare ambienti più protetti tra i diversi corpi edilizi.
La strategia non cerca di eliminare completamente il movimento dell'aria. In un clima caratterizzato anche da estati calde, il vento può contribuire al benessere ambientale. Si tratta piuttosto di controllarne gli effetti nelle condizioni meno favorevoli, evitando che piazze e percorsi pedonali si trasformino in spazi difficili da utilizzare.
La geometria curvilinea dei quartieri acquista così un significato che supera quello formale.
Arretramenti, rotazioni e aggregazioni degli edifici possono contribuire a modificare la distribuzione delle pressioni e delle turbolenze, mentre la vegetazione introduce una seconda barriera più permeabile, capace di attenuare il movimento dell'aria senza interromperlo completamente.
Il masterplan propone quindi una doppia infrastruttura climatica: una costruita attraverso gli edifici e una costituita dalla foresta esistente.
È forse questo il tema architettonico più originale del progetto.
Il vento, normalmente affrontato attraverso dispositivi tecnici applicati ai singoli edifici, diventa un parametro capace di organizzare l'intera forma urbana.
Resta naturalmente da verificare l'efficacia della strategia nelle successive fasi progettuali. Le simulazioni annunciate non sono accompagnate, nella documentazione pubblica, da valori quantitativi che consentano di confrontare velocità del vento, condizioni di comfort e risultati ottenuti rispetto alla situazione iniziale.
Disegnare la città attraverso il movimento dell’aria
L'intenzione è comunque significativa: la città viene disegnata anche in funzione di una materia invisibile, il movimento dell'aria, che condiziona profondamente il modo in cui gli spazi vengono abitati.
Architetture immerse nel paesaggio
I rendering del masterplan mostrano un paesaggio costruito nel quale i nuovi edifici assumono configurazioni differenti, pur appartenendo a un linguaggio comune.
I volumi sono prevalentemente bassi e articolati, con angoli arrotondati, superfici orizzontali sovrapposte e terrazze che prolungano visivamente il terreno.
Le coperture vegetali contribuiscono a questo effetto, trasformando la parte superiore degli edifici in superfici verdi che sembrano partecipare alla continuità del bosco.
È una strategia formale coerente con la ricerca sviluppata dallo studio nei decenni precedenti, ma qui assume un carattere meno monumentale rispetto al Centro Heydar Aliyev.
Non esiste un unico grande oggetto scultoreo destinato a dominare il paesaggio.
L'architettura viene distribuita in una successione di organismi che cercano di instaurare un rapporto più diretto con la scala del quartiere.
La scelta delle coperture verdi estese a tutti i nuovi edifici risponde anche a necessità ambientali precise. Lo strato vegetale e il substrato contribuiscono a limitare il riscaldamento delle superfici esposte, mentre la stratigrafia di copertura può migliorare l'isolamento termico e la gestione delle precipitazioni.
La presenza del verde in quota non deve però essere confusa con una superficie naturale equivalente al terreno.
Le coperture richiedono sistemi di impermeabilizzazione, drenaggio, irrigazione e manutenzione, oltre a strutture portanti dimensionate per sostenere i carichi del substrato e della vegetazione.
La loro efficacia ambientale dipenderà quindi dalla definizione delle stratigrafie, dalle specie vegetali selezionate e dalla capacità di garantire nel tempo condizioni adeguate.
La documentazione attualmente disponibile non specifica gli spessori delle coperture, i sistemi costruttivi né le caratteristiche degli involucri edilizi.
Per il momento è quindi più corretto leggere le immagini come rappresentazione di una strategia architettonica, non come descrizione tecnica di edifici già sviluppati in ogni dettaglio.
Il progetto suggerisce comunque una possibilità interessante: utilizzare la forma dell'architettura per ridurre la separazione visiva tra parti costruite e paesaggio, senza rinunciare alla riconoscibilità dei singoli edifici.
Acqua, energia e bilancio ambientale
La strategia ambientale si sviluppa oltre il rapporto tra edifici e foresta.
ZHA prevede un sistema integrato di raccolta, filtrazione naturale e riutilizzo delle acque meteoriche, nel quale le coperture verdi costituiscono una delle componenti principali.
L'acqua intercettata dalle superfici di copertura può essere temporaneamente trattenuta dal substrato vegetale, rallentando il deflusso verso la rete di drenaggio. Una parte viene assorbita dalle piante e restituita all'atmosfera attraverso i processi di evapotraspirazione; la quantità eccedente può invece essere raccolta e indirizzata verso sistemi di trattamento e accumulo.
Il principio è quello di trasformare una rete di superfici edilizie in un'infrastruttura idrologica distribuita, capace di contribuire alla gestione delle precipitazioni.
Il masterplan dichiara inoltre l'integrazione di energie rinnovabili, sia solari sia eoliche, strategie passive per il contenimento dei consumi e l'impiego di materiali a ridotte emissioni di carbonio.
Si tratta però di obiettivi che, allo stato attuale, non sono accompagnati da dati sufficienti per una valutazione quantitativa.
Non vengono specificate la potenza degli impianti previsti, la produzione energetica attesa, le emissioni incorporate nei materiali o le percentuali di copertura del fabbisogno.
È una distinzione importante per non confondere la qualità della visione progettuale con una prestazione già dimostrata.
Un quartiere di quasi due milioni di metri quadrati di territorio comporta inevitabilmente infrastrutture, movimenti di terra, reti tecnologiche, costruzioni e attività di manutenzione. Anche quando una parte considerevole della vegetazione viene conservata, la trasformazione genera un impatto ambientale che dovrà essere misurato.
La questione decisiva sarà quindi il rapporto tra le risorse necessarie per realizzare l'intervento e i benefici che il nuovo sistema potrà garantire durante la propria vita utile.
Da questo punto di vista Baku Expo City rappresenta un possibile laboratorio di progettazione integrata: non sommare tecnologie sostenibili a un impianto urbano convenzionale, ma costruire un sistema nel quale energia, acqua, vegetazione, mobilità e forma architettonica vengano affrontate contemporaneamente.
La differenza tra promessa e risultato dipenderà dalla capacità di tradurre questi principi in specifiche tecniche verificabili.
La rete interna comprende percorsi pedonali, piste ciclabili, viali alberati e corridoi paesaggistici che collegano le diverse parti dell'insediamento.
Il sistema si sviluppa seguendo la distribuzione degli edifici e delle aree verdi, cercando di evitare che le infrastrutture automobilistiche interrompano la continuità degli spazi collettivi.
Ma la posizione geografica del progetto rende necessario affrontare anche il problema dei collegamenti con il resto della città.
Baku Expo City si trova in una zona nella quale la prossimità all'aeroporto e alle grandi arterie stradali ha storicamente favorito una mobilità prevalentemente automobilistica.
Il masterplan si collega quindi alla strategia di trasporto pubblico di Baku con orizzonte 2030 e, su una scala territoriale più ampia, agli obiettivi del piano generale al 2040.
Tra gli interventi richiamati compare il potenziamento della linea ferroviaria Bakikhanov–Bina–Gala, parte del programma di riorganizzazione dei collegamenti regionali.
La documentazione ufficiale del piano metropolitano prevede inoltre il recupero di tracciati ferroviari sottoutilizzati, nuovi collegamenti con l'aeroporto e un ampliamento significativo del sistema su ferro nella penisola di Absheron. Queste infrastrutture potrebbero modificare radicalmente l'accessibilità del nuovo quartiere.
Dalle grandi arterie alla mobilità regionale
È però necessario distinguere gli obiettivi di pianificazione dalle opere già finanziate o realizzate: la documentazione del masterplan non consente ancora di identificare una fermata ferroviaria interna al distretto, frequenze di servizio o tempi di percorrenza effettivi verso il centro.
Il vero successo della mobilità sostenibile non dipenderà soltanto dalla presenza di percorsi ciclabili tra gli edifici, ma dalla possibilità di raggiungere Baku Expo City senza utilizzare necessariamente un'automobile.
Un quartiere può essere perfettamente pedonale al proprio interno e continuare a generare traffico se rimane dipendente dal trasporto privato per tutte le relazioni con la metropoli.
È una delle questioni che la realizzazione dovrà affrontare con maggiore attenzione.
Una piazza per la comunità
Al centro del progetto si trova una grande piazza pubblica, organizzata attorno ad attività culturali, ristorazione, commercio e spazi per il tempo libero.
È il principale punto di incontro tra due dimensioni del masterplan.
Da un lato, quella residenziale, fatta di scuole, mercati, servizi e spazi destinati agli abitanti.
Dall'altro, quella internazionale e congressuale, collegata all'ampliamento del Baku Expo Centre, alla nuova Congress Hall e all'hotel previsto per accogliere delegati, professionisti e viaggiatori.
Il progetto cerca di fare convivere questi due mondi attraverso un'infrastruttura pubblica comune.
La piazza non dovrebbe funzionare soltanto come grande spazio di rappresentanza davanti al centro congressi, ma come luogo utilizzabile quotidianamente dagli abitanti dei quartieri circostanti.
La presenza di programmi differenti può contribuire a questa ambizione.
Asili e scuole generano movimenti mattutini, negozi e servizi mantengono attività durante il giorno, spazi culturali e ristorazione estendono l'utilizzo alle ore serali.
È una logica che tenta di superare la separazione funzionale tipica di molti insediamenti fieristici e direzionali.
Ma proprio qui emerge una questione sulla quale il progetto non può ancora fornire una risposta definitiva.
Uno spazio progettato come pubblico rimane realmente tale soltanto attraverso le modalità con cui viene gestito, attraversato e utilizzato.
L'accessibilità, la possibilità di sostare senza consumare, la continuità degli orari e la presenza di servizi destinati a fasce differenti della popolazione saranno altrettanto importanti della qualità architettonica delle piazze.
Jane Jacobs aveva insistito proprio su questa dimensione, sostenendo che la diversità delle attività e delle persone non possa essere semplicemente sostituita da una composizione urbana accurata.
Baku Expo City dovrà quindi dimostrare di poter diventare una comunità reale, non soltanto una sequenza armoniosa di edifici e giardini.
Dal masterplan alla città vissuta
Il progetto presentato da ZHA nel 2026 appartiene ancora alla fase di pianificazione.
Non sono stati resi pubblici, nel comunicato ufficiale, un calendario complessivo dei lavori, il numero definitivo delle abitazioni, la superficie edificabile totale, il budget dell'intervento o un bilancio ambientale capace di quantificare i risultati attesi.
Questo non diminuisce necessariamente l'interesse architettonico del masterplan, ma ne definisce correttamente il significato.
Baku Expo City rappresenta soprattutto una proposta di metodo.
La vegetazione esistente viene riconosciuta come struttura del progetto. Il vento diventa un parametro capace di orientare i volumi. Le coperture vengono integrate nella gestione dell'acqua. I collegamenti pedonali partecipano all'organizzazione dei quartieri e la compresenza di funzioni cerca di garantire una vita urbana indipendente dal calendario delle fiere.
Sono principi che spostano l'attenzione dall'edificio come oggetto alla città come sistema ambientale e sociale.
Rimane però aperta la questione che accompagnava la riflessione iniziale di Jane Jacobs.
Una città non nasce soltanto perché qualcuno ha disegnato il luogo nel quale dovrebbe esistere. Nasce attraverso le relazioni che le persone costruiscono, la capacità di trasformare gli spazi e la presenza di attività che nessun masterplan può prevedere completamente.
Il progetto dovrà quindi dimostrare di possedere un grado sufficiente di flessibilità per accogliere cambiamenti economici, sociali e ambientali.
Anche la conservazione della foresta richiederà un impegno che non si esaurisce nella fase di costruzione. Gli alberi continueranno a crescere, alcuni scompariranno e altri dovranno essere sostituiti. Le condizioni climatiche cambieranno, così come le necessità degli abitanti.
La qualità del nuovo distretto dipenderà dalla capacità di accompagnare questi processi senza compromettere la relazione tra insediamento umano e sistema naturale.
Dopo aver utilizzato per decenni la continuità geometrica come strumento per superare la separazione tra edificio e paesaggio, lo studio propone ora di affidare una parte del disegno urbano a elementi che non possono essere completamente controllati: alberi, venti, acqua e tempo.
A Baku, la foresta non è più semplicemente il paesaggio nel quale costruire. Diventa una delle condizioni dalle quali dovrebbe nascere la città.
E se il progetto riuscirà a mantenere questa promessa, la sua innovazione più importante potrebbe non essere rappresentata dagli edifici, ma dagli spazi che avrà scelto di lasciare alla natura e alle persone.











