Tra passato, presente e futuro
A Bilbao l’architettura torna a misurarsi con uno dei temi che hanno segnato più profondamente la trasformazione recente della città: usare il nuovo non per cancellare ciò che esiste, ma per attribuirgli un ruolo diverso. Con Agravitas, l’ampliamento del Museo di Belle Arti di Bilbao progettato da Foster + Partners insieme a Luis María Uriarte, questa relazione assume una forma quasi letterale. La nuova architettura non si dispone accanto agli edifici storici: li attraversa dall’alto come un ponte lungo 55 metri, lasciando sostanzialmente intatti i corpi costruiti nel 1945, negli anni Settanta e nei primi anni Duemila. Il museo, riaperto al pubblico nell’ottobre 2026 dopo quattro anni di lavori, acquista così una nuova presenza senza perdere la leggibilità delle proprie stratificazioni.

Il nome stesso, Agravitas, sintetizza il paradosso del progetto: una costruzione di acciaio di dimensioni considerevoli che cerca di apparire sospesa, quasi sottratta alla gravità. La grande struttura poggia su due sistemi di pilastri profondamente inclinati a V e scavalca gli edifici esistenti, liberando il piano terreno. È una scelta strutturale ma anche urbana. Dove prima il museo appariva come la somma di ampliamenti successivi, oggi il nuovo volume prova a ricomporre l’insieme senza uniformarlo. “Questo progetto riguarda il collegamento tra passato, presente e futuro”, ha spiegato Norman Foster, sottolineando come il nuovo edificio debba rispondere alle trasformazioni dell’arte contemporanea mantenendo contemporaneamente rispetto per la storia del luogo.

La trasformazione più importante avviene infatti sotto il ponte. Plaza Arriaga torna a essere il cuore pubblico del complesso e viene trasformata in un atrio coperto di circa 1.000 m², attraversabile e direttamente collegato alla città e al vicino Parque de Doña Casilda de Iturrizar. Riapre inoltre, dopo decenni, l’ingresso originario dell’edificio del 1945. La piazza interna, illuminata anche da un grande oculo, ospita opere monumentali di Richard Serra, Pablo Palazuelo ed Eduardo Chillida, facendo coincidere ingresso, spazio urbano ed esposizione. Il museo non comincia più dopo la biglietteria: inizia già nella città.
L’ampliamento aumenta complessivamente del 60% la superficie disponibile e introduce 2.300 m² di nuovi spazi espositivi flessibili distribuiti su due livelli, oltre ad ambienti per attività educative, laboratori e uffici. Al piano superiore si apre la parte più spettacolare dell’intervento: una galleria priva di colonne di circa 1.300 m², pensata per adattarsi a esposizioni molto differenti. La luce naturale entra attraverso lucernari regolabili, capaci di passare dall’illuminazione diffusa fino all’oscuramento completo; all’esterno, terrazze dedicate alla scultura aprono nuove visuali verso Plaza Euskadi, il parco e la città.
Anche la materia stabilisce un legame con Bilbao. La struttura utilizza acciaio a basse emissioni prodotto localmente, trasformando uno dei materiali della storia industriale basca nel dispositivo con cui il museo costruisce la propria fase futura. La grande facciata sospesa, con i suoi bordi arrotondati e le superfici metalliche chiare, non tenta quindi di mimetizzarsi rispetto ai volumi precedenti in pietra, mattone e vetro: li lascia visibili e costruisce sopra di essi un nuovo orizzonte. È un gesto radicale ma, proprio perché evita demolizioni significative, anche profondamente conservativo.


La sostenibilità passa soprattutto attraverso questa scelta di riutilizzare e aggiornare l’esistente. Gli edifici storici sono stati adeguati agli standard contemporanei prolungandone la vita utile, mentre la facciata del nuovo volume contribuisce all’ombreggiamento passivo. In copertura sono installati oltre 500 m² di pannelli fotovoltaici, che secondo Foster + Partners possono produrre energia sufficiente a coprire circa il 50% del fabbisogno termico del museo.
Agravitas conclude così un processo iniziato con il concorso internazionale del 2019, vinto all’unanimità da Foster + Partners e LM Uriarte Arkitektura. La giuria aveva allora descritto la proposta come “ecnologica nell’immagine, umanistica nell’approccio ed ecologica nella sostenibilità”. Sette anni dopo, quella promessa prende la forma di un edificio che non cerca di imporsi sostituendo ciò che trova, ma usa la propria scala per rendere nuovamente leggibili le architetture precedenti.
In una città che con il Guggenheim aveva affidato all’architettura iconica una parte decisiva della propria rinascita, il Museo di Belle Arti sceglie dunque una strategia differente. Non un nuovo oggetto isolato, ma una struttura che si appoggia alla storia, la attraversa e la mette in relazione. Foster non aggiunge semplicemente un altro edificio a Bilbao: costruisce sopra quelli che esistono lo spazio necessario perché possano continuare a vivere.









