Come ti reinterpreto la mashrabiya
Nel panorama in rapida trasformazione di Riyadh, con una crescita urbana contemporanea che si confronta (forzatamente) sempre più con il clima estremo e con la necessità di ridefinire un’identità architettonica locale, il lavoro dello studio LAVA propone una rilettura tecnologica di uno degli elementi iconici dell’architettura islamica: la mashrabiya.
Il progetto del King Abdulaziz City of Science and Technology a Riad, infatti, mette al centro una facciata parametrica che utilizza strumenti digitali avanzati per reinterpretare il tradizionale schermo traforato arabo, trasformandolo da elemento ornamentale vernacolare a dispositivo ambientale contemporaneo.
Più che semplice rivestimento, la nuova pelle architettonica diventa un sistema climatico capace di controllare luce, calore, privacy e ventilazione all’interno di uno dei contesti climatici più difficili del Medio Oriente.


La mashrabiya, storicamente diffusa nelle architetture del mondo islamico a partire dal Medioevo, nasceva come struttura lignea filtrante progettata per ombreggiare gli ambienti interni, favorire la ventilazione naturale e garantire privacy visiva senza interrompere il rapporto con lo spazio urbano. LAVA riprende questi principi ambientali traducendoli però attraverso logiche computazionali e sistemi parametrici contemporanei. La facciata non viene progettata come una griglia ripetitiva standardizzata, ma come una superficie adattiva la cui densità, profondità e porosità cambiano in relazione all’orientamento solare e alle esigenze funzionali degli ambienti interni.
L’intervento si inserisce nella ricerca che lo studio porta avanti da anni sul rapporto tra biomimetica, clima desertico e sistemi di involucro intelligenti. In diversi progetti sviluppati in Arabia Saudita, LAVA ha sperimentato infatti architetture capaci di funzionare come membrane ambientali più che come semplici facciate statiche. Anche in questo caso, la geometria parametrica consente di ottimizzare l’ingresso della luce naturale limitando al tempo stesso il guadagno termico diretto, aspetto fondamentale in una città dove le temperature estive superano regolarmente i quaranta gradi.
Dal punto di vista tecnico, la facciata viene concepita come una seconda pelle tridimensionale distaccata dal volume principale dell’edificio. Questo sistema crea una camera d’aria intermedia che contribuisce a ridurre l’irraggiamento diretto sulle superfici vetrate e migliora il comportamento energetico complessivo dell’involucro. La profondità variabile degli elementi schermanti permette inoltre di generare differenti condizioni luminose all’interno degli spazi, costruendo ambienti meno dipendenti dall’illuminazione artificiale e più vicini ai principi passivi dell’architettura tradizionale araba.

La componente parametrica non rappresenta soltanto una scelta estetica, ma un vero strumento di ottimizzazione climatica. Attraverso software computazionali e simulazioni ambientali, lo studio ha sviluppato pattern geometrici capaci di reagire alle diverse esposizioni solari, aumentando la densità degli elementi schermanti nelle aree più esposte e aprendo maggiormente la superficie nei punti meno critici. Il risultato è una facciata che cambia continuamente percezione durante il giorno grazie all’alternanza di luce, ombra e riflessi, trasformando il tradizionale motivo islamico in una superficie dinamica e contemporanea.

La ricerca di LAVA si inserisce in una più ampia evoluzione dell’architettura mediorientale contemporanea, dove la mashrabiya è stata progressivamente reinterpretata attraverso materiali industriali, automazione e sistemi responsive. Progetti come Al Bahar Towers ad Abu Dhabi hanno dimostrato negli ultimi anni come il principio della schermatura islamica possa diventare un elemento tecnologico avanzato capace di migliorare significativamente le prestazioni energetiche degli edifici. In questo scenario, il lavoro di LAVA si distingue per la volontà di mantenere leggibile la dimensione culturale e spaziale della mashrabiya, evitando di ridurla a semplice pattern decorativo applicato alla facciata.
Grande attenzione è dedicata anche alla materialità del sistema. Sebbene il linguaggio sia fortemente digitale, la facciata mantiene una presenza tattile e profonda che richiama la tradizione costruttiva araba fatta di ombre nette, superfici porose e filtri climatici. Gli elementi modulari tridimensionali generano infatti una percezione mutevole dell’edificio a seconda della distanza e dell’orientamento del sole, costruendo una continuità visiva tra memoria vernacolare e innovazione tecnologica.
Nel contesto di Riyadh, città impegnata in un vasto processo di trasformazione urbana e infrastrutturale, il progetto rappresenta anche una riflessione sull’identità architettonica contemporanea saudita. Invece di importare modelli internazionali basati su facciate completamente vetrate e climatizzazione intensiva, LAVA propone un’architettura capace di reinterpretare conoscenze climatiche storiche attraverso strumenti digitali avanzati. Il risultato è un involucro che non separa semplicemente interno ed esterno, ma costruisce una relazione attiva con sole, aria e paesaggio urbano, dimostrando come la tradizione possa diventare materia progettuale per affrontare le sfide ambientali delle città del futuro.









