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- Di Ernesto Logatto
- Stato: Progetto
Gaza, ricostruire senza cancellare
Architettura e immaginarioRicostruire Gaza non è mai stato, e non può essere oggi, un semplice problema architettonico. Ogni muro che cade e ogni edificio che viene ricostruito porta con sé una domanda che precede il progetto: chi ha il diritto di restare, e a quali condizioni? Il progetto di recupero di Gaza elaborato da Shaat nasce precisamente dentro questa frattura, rifiutando l'idea che l'architettura possa essere neutra in un contesto segnato da decenni di assedio, distruzione ciclica e negazione sistematica dei diritti.
Shaat è un architetto e urbanista palestinese, formatosi tra Gaza e contesti accademici internazionali, il cui lavoro si muove da anni lungo il confine tra progettazione, ricerca e attivismo.
La sua pratica è profondamente radicata nella realtà della Striscia: non un esercizio teorico sull'emergenza, ma un tentativo continuo di immaginare spazi abitabili sotto condizioni estreme, dove costruire significa soprattutto resistere allo sradicamento. Nei suoi progetti, l'architettura non promette soluzioni definitive, ma cerca strumenti di sopravvivenza dignitosa.
Oltre la ricostruzione
Gaza, in questa prospettiva, non è una città da "rifare", ma un territorio da riconoscere. Ed è su questo presupposto che Shaat costruisce una proposta che intreccia urbanistica, memoria e sopravvivenza.
Contro la tabula rasa: un metodo prima ancora di una forma
Una delle scelte più nette del progetto è il rifiuto della tabula rasa, modello ricorrente nelle ricostruzioni post-belliche promosse da attori internazionali. In questi scenari, la distruzione diventa spesso l'occasione per imporre nuove geometrie, nuovi standard, nuove gerarchie spaziali — con il risultato di cancellare la città precedente e, con essa, le relazioni sociali che la abitavano.
Shaat assume una posizione opposta: non progettare al posto di Gaza, ma a partire da Gaza. Il tessuto urbano esistente, anche quando compromesso, non è visto come un ostacolo alla modernizzazione, bensì come una struttura di senso. Strade strette, cortili condivisi, edifici addossati l'uno all'altro non sono semplicemente soluzioni della dalla densità, ma risposte storiche a condizioni di scarsità controllo e comunità forzata.
Ricostruire, in questo quadro, significa riparare senza normalizzare, migliorare senza snaturare.
La scala urbana: densità come risorsa, non come problema
Gaza è uno dei luoghi più densamente abitati al mondo, e questa densità è spesso trattata come un problema da risolvere attraverso l'espansione verticale o la delocalizzazione. Il progetto di Shaat ribalta questa lettura.
La densità viene interpretata come una condizione strutturale, non eliminabile, ma governabile. L'intervento urbanistico lavora quindi sulla riqualificazione degli spazi interstiziali, sul miglioramento della ventilazione naturale, sull'accessibilità e sulla permeabilità degli spazi pubblici, piuttosto che su grandi operazioni di sventramento.
La città non viene semplificata, ma raffinata: piccoli interventi diffusi, capaci di migliorare la qualità della vita senza spezzare l'equilibrio sociale. È un'urbanistica della continuità, non dell'evento. L'abitare come atto politico
Al centro del progetto c'è la casa, intesa non come unità funzionale isolata, ma come luogo politico. In un contesto in cui lo spostamento forzato è una pratica ricorrente, poter ricostruire dove si era diventa un'affermazione di esistenza.
Shaat immagina modelli abitativi incrementali e adattabili, pensati per crescere, modificarsi, essere riparati nel tempo. Non edifici finiti e chiusi, ma strutture aperte, che riconoscono l'instabilità come condizione permanente.
Questa architettura dell'incompiuto non è una rinuncia, ma una scelta consapevole: progettare per Gaza significa progettare per l'incertezza, senza trasformarla in precarietà.
Materiali, macerie, memoria
Un elemento centrale del progetto è l'uso delle macerie come risorsa. Non solo per ragioni economiche o ambientali, ma per il loro valore simbolico. Riutilizzare ciò che è stato distrutto significa rifiutare la rimozione della violenza subita.
Le macerie diventano materia narrativa oltre che costruttiva: frammenti di edifici precedenti che entrano nel nuovo tessuto urbano, portando con sé la memoria della distruzione. È un gesto che si oppone all'estetica della ricostruzione "pulita", spesso funzionale a cancellare le responsabilità politiche del conflitto.
Architettura della testimonianza
In questo senso, il progetto di Shaat si colloca nel solco di un'architettura della testimonianza, dove costruire non significa dimenticare.
Spazio pubblico e comunità: progettare la relazione
Particolare attenzione è riservata agli spazi collettivi: cortili condivisi, passaggi pedonali, micro-piazze. In una realtà segnata dalla frammentazione e dall'isolamento, lo spazio pubblico non è un lusso, ma una necessità vitale.
Questi luoghi non sono pensati come spazi monumentali, ma come infrastrutture sociali minime, capaci di sostenere la vita quotidiana: bambini che giocano, vicini che si incontrano, reti informali di supporto. In un contesto di assedio, la socialità stessa diventa una forma di resistenza.
Il lavoro di Shaat non è solo una proposta per Gaza, ma una domanda rivolta all'esterno: è possibile parlare di ricostruzione senza parlare di giustizia?
L'architettura, qui, non si limita a rispondere a un'emergenza, ma denuncia il rischio di una ricostruzione depoliticizzata, che normalizzi l'eccezione e renda permanente la violenza strutturale.
Senza il riconoscimento dei diritti fondamentali degli abitanti di Gaza — a partire dal diritto di restare, tornare, ricostruire — ogni progetto rischia di diventare un esercizio estetico, se non uno strumento di controllo.
Una questione di responsabilità condivise
Ricostruire Gaza non significa immaginare un futuro astratto, ma assumersi la responsabilità del presente. Il progetto di Shaat ci ricorda che l'architettura, nei territori feriti, non è mai solo una disciplina tecnica: è una presa di posizione.
In un tempo in cui la distruzione viene raccontata come inevitabile e la ricostruzione come un fatto neutro, questo lavoro rifiuta entrambe le narrazioni. Perché a Gaza nulla è inevitabile, e nulla è neutro.
E forse, oggi più che mai, parlare di architettura significa tornare a parlare di politica. E di persone.

















