- INFO POINT
- Di Aurelio Coppi
- Stato: Edificio concluso
Architettura Inclusiva
Edilizia ScolasticaNel campus di TAPMI a Manipal, città universitaria affacciata sulla costa sud-occidentale dell'India, il nuovo Centre for Inclusive Growth & Competitiveness si presenta come un'architettura che rinuncia deliberatamente alla retorica dell'oggetto iconico per farsi spazio abitabile e condiviso.
Progettato da The Purple lnk Studio, il complesso occupa una superficie di circa 1.145 m2 e si inserisce in un contesto collinare densamente vegetato, all'interno di un campus di oltre 40 acri. La sua posizione sopraelevata non diventa mai gesto monumentale, ma piuttosto occasione per costruire relazioni visive e fisiche con il paesaggio.
L'edificio non ha un ingresso principale riconoscibile: si lascia attraversare. Rampe, gradoni, terrazze e passerelle definiscono un sistema di accessi multipli che dissolve l'idea stessa di soglia. Questa scelta progettuale traduce in architettura la missione del centro, dedicato allo studio della crescita inclusiva: nessuna gerarchia spaziale, nessun percorso obbligato, ma una sequenza continua di possibilità. Il progetto assume così un carattere urbano, pur rimanendo all'interno di un recinto accademico, e trasforma la mobilità quotidiana degli studenti in un atto di partecipazione spaziale.
Topografia costruita
Il rapporto con il suolo è uno degli aspetti più significativi del progetto. Il centro si sviluppa su due livelli principali, adattandosi alla pendenza naturale del terreno e riducendo al minimo le operazioni di sbancamento. La topografia non viene corretta, ma amplificata, diventando struttura distributiva e dispositivo climatico. I dislivelli generano ombra, ventilazione naturale e punti di sosta informali, trasformando il percorso in esperienza.
Cuore del progetto è Angala, un anfiteatro all'aperto scavato nella sezione del terreno e affacciato verso la strada. Non è uno spazio residuale, ma una vera infrastruttura sociale: può ospitare lezioni, assemblee, eventi culturali, performance e momenti informali. La sua posizione lo rende visibile e accessibile anche dall'esterno del campus, rafforzando l'idea di un'architettura che dialoga con la città anziché chiudersi in se stessa.
Attorno all'anfiteatro si organizzano aule, spazi amministrativi, sale per workshop, aree di co-working e una caffetteria, tutte collegate visivamente e fisicamente attraverso percorsi aperti. L'edificio funziona come una sezione urbana, dove il movimento verticale e orizzontale è continuo e mai separato dalle attività che ospita.
Clima come materia
In un contesto caratterizzato da forti piogge monsoniche, alta umidità e temperature elevate, il progetto affronta il tema climatico non come problema da neutralizzare, ma come materiale progettuale. L'orientamento dell'edificio, le profonde sporgenze, i vuoti interni e le superfici ombreggiate riducono il carico termico e favoriscono la ventilazione trasversale, limitando la dipendenza da sistemi meccanici.
Elemento iconico, ma profondamente funzionale sono i parasoli in bambù intrecciato collocati sulla terrazza superiore. Ispirati ai chhatris tradizionali, questi dispositivi filtrano la luce solare, proteggono dalla pioggia e creano microclimi confortevoli per lo studio e l'incontro. Il bambù, materiale leggero e rinnovabile, viene utilizzato non come decorazione, ma come infrastruttura climatica costruita insieme ad artigiani locali.
Le coperture e le terrazze funzionano come estensioni dello spazio interno, permettendo un uso continuo dell'edificio durante tutto l'anno. L'architettura si comporta come un organismo poroso, capace di respirare e adattarsi alle condizioni ambientali senza perdere qualità spaziale.
Materia e artigianato
La scelta dei materiali contribuisce a radicare il progetto nel contesto culturale e costruttivo indiano. Le superfici in ossido rosso, diffuse sia negli interni che negli esterni, evocano il colore della terra locale e riducono la necessità di finiture aggiuntive. Il calcestruzzo è lasciato spesso a vista, mentre il bambù e il legno introducono una dimensione tattile e domestica.
L'uso di tecniche costruttive semplici e materiali locali riduce i costi di manutenzione e rafforza il legame con le economie artigianali del territorio. Non si tratta di un'architettura "povera", ma di un progetto che sceglie la sobrietà come valore, mettendo in primo piano l'uso e la trasformabilità degli spazi.
I corridoi diventano luoghi di sosta, le scale si allargano in piattaforme di lavoro informale, le aule si aprono verso l'esterno. Ogni elemento è pensato per accettare usi imprevisti, evitando la rigidità tipica degli edifici accademici tradizionali.
Inclusione spaziale
Il tema dell'inclusione, centrale nella missione del centro, si riflette direttamente nell'organizzazione spaziale. Non esistono aree riservate o spazi gerarchicamente dominanti. Studenti, docenti e visitatori condividono gli stessi percorsi, le stesse terrazze, gli stessi luoghi di sosta. L'architettura diventa piattaforma di incontro, non strumento di controllo.
L'assenza di barriere fisiche e simboliche favorisce un uso esteso dell'edificio anche al di fuori degli orari accademici. Il centro è vissuto come spazio quotidiano, luogo di lavoro, di pausa e di socialità. Questa continuità d'uso rafforza il senso di appartenenza e trasforma l'edificio in una infrastruttura sociale permanente.
In un campus spesso frammentato in edifici specialistici, il Centre for Inclusive Growth & Competitiveness agisce come collante urbano, dimostrando come l'architettura possa facilitare l'inclusione non attraverso dichiarazioni programmatiche, ma attraverso scelte spaziali concrete.
Un modello possibile
Il progetto di Purple Ink Studio suggerisce una direzione chiara per l'evoluzione dei campus contemporanei, soprattutto nei contesti emergenti: meno edifici-oggetto, più paesaggi abitabili. Il centro non impone una forma, ma costruisce un sistema di relazioni tra persone, clima e territorio.
In un'epoca in cui l'educazione è chiamata a confrontarsi con temi complessi come sostenibilità, equità e competitività globale, questo edificio dimostra che l'architettura può essere strumento operativo, non semplice contenitore. Un'architettura che non rappresenta l'inclusione, ma la pratica quotidianamente, trasformando lo spazio in esperienza condivisa.















