Il padiglione a cupola di OMA per Bosco Sodi a Casa Wabi
A Oaxaca, all’interno della residenza Casa Wabi — progetto fondato dall’artista giapponese GAA per promuovere residenza, ricerca e produzione artistica — lo studio OMA ha realizzato un padiglione che è al tempo stesso luogo di creazione, riflessione e contemplazione. Il progetto, completato nel 2025, si presenta come un volume scavato nella roccia, un “domed pavilion” che affonda nell’orizzonte naturale e rispecchia l’essenza del contesto.
La sfida di OMA — lo studio fondato da Rem Koolhaas e ora guidato da David Gianotten — non è stata quella di imporre una forma aliena al paesaggio, ma piuttosto di estrarre una presenza architettonica dall’interno della terra stessa. Il padiglione è infatti concepito come una cavità scavata nel terreno: un volume a cupola parzialmente interrato che suggerisce un dialogo con l’architettura vernacolare preispanica e con le grotte naturali, evocando riferimenti ancestrali di spazio santo e spazio creativo.


Il risultato è un padiglione narrativo: l’architettura non si alza sopra il suolo, ma si cala in esso, suggerendo una relazione più profonda con le forze orizzontali del paesaggio di Mazunte. La superficie esterna appare come un “bucho” scavato, affinato nella sua geometria di volta, pronta a catturare luce, vento e suono, invitando l’utente a entrare in un’altra dimensione percettiva. La forma a cupola è liscia e pura: un richiamo alla semplice perfezione delle camere a volta classiche, ma declinata in un linguaggio assolutamente contemporaneo.
All’interno, lo spazio è volutamente austero e concentrato: un ambiente unico, quasi monastico, in cui la luce filtra dall’alto attraverso un cannocchiale zenitale, creando un percorso dinamico di illuminazione naturale che cambia nel corso della giornata. Questo gioco di luce rimanda a luoghi antichi di contemplazione, dove la percezione dello spazio è profondamente legata al ciclo del sole e alle condizioni atmosferiche. Ogni diversa intensità luminosa diventa parte integrante dell’esperienza artistica e umana: un’esperienza che ritorna alle origini più intime dell’atto creativo.
Il padiglione non è concepito come semplice sala espositiva, ma come macchina di relazione con il paesaggio, dove l’artista — così come il visitatore — può confrontarsi con la propria presenza nel mondo. Le pareti scavate rivelano stratificazioni materiche che parlano di terra, tempo e sedimentazione culturale; la cupola, invece, suggerisce un abbraccio contemplativo, una camera unica in cui si svolgono incontri, dialoghi, workshop, performance site-specific o momenti di coesione comunitaria all’interno della residenza.
Costruito con tecnologie costruttive locali, il padiglione riflette anche un’attitudine responsabile verso il territorio. La scelta di scavare piuttosto che edificare in altezza o con volumi estranei al luogo riduce l’impatto visivo e ambientale, integrando lo spazio nella geografia preesistente. Questo orienta inevitabilmente anche la logica costruttiva: materiali naturali, superfici semplificate, dettagli minimali e una sensibilità verso il clima arido della costa messicana. L’architettura risponde alle esigenze di comfort termico con strategie passive, sfruttando la massa del terreno come isolante naturale, e la cupola come elemento di ventilazione naturale.


Una delle particolarità più stimolanti di questo padiglione è la sua fluidità spaziale. L’edificio parece non avere un confine netto tra dentro e fuori: la rientranza verso il suolo crea un continuum di relazioni percettive, dove paesaggio e architettura si integrano in una sorta di “vuoto abitabile”. I margini della struttura aprono visuali sul paesaggio circostante, collegando l’interno dell’edificio alle dune costiere, alla vegetazione autoctona e all’orizzonte marino. È una topografia ibrida, capace di modulare l’esperienza sensoriale e mentale dell’utente, innescando una riflessione sul ruolo dell’architettura come luogo di relazione con se stessi e con l’ambiente.
La collaborazione con Casa Wabi — fondazione culturale internazionale con base in Messico — è parte di una visione più ampia: quella di creare spazi dove residenza, produzione artistica e rapporto con il pubblico si fondono. Casa Wabi, inaugurata nel 2012 e progettata da Tadao Ando, ha da sempre perseguito l’obiettivo di sperimentare nuove forme di dialogo tra architettura, natura e arte contemporanea. Il padiglione di OMA si inserisce in questa linea, ampliando il concetto di campus culturale occidentato: non più spazio esclusivo per workshop e talk, ma infrastruttura sensoriale aperta all’esperienza diretta e intima del paesaggio.
Nel contesto più ampio dell’architettura internazionale, il progetto di OMA si distingue per la sua capacità di leggere la relazione tra ambienti naturali estremi e pratica culturale contemporanea. Mentre molte opere iconiche del nostro tempo cercano di imporsi come sculture territoriali, il padiglione di Casa Wabi appare piuttosto come un’opera di risignificazione del vuoto, un invito a guardare oltre la superficie e a percepire il mondo attraverso una lente di profondità emotiva e sensoriale.








