- INFO POINT
- Di Nunzio Manfredi
- Stato: Edificio concluso
La città entra nell’ufficio
Edilizia Pubblica- Da Nexus World al Tenjin Big Bang
- Due edifici come gemelli fraterni
- L’Accelarium porta la piazza dentro l’edificio e t
- Una facciata erosa per ridurre la scala
- Reboot!, startup e servizi condivisi
- Dopo la pandemia il workplace cerca un’altra misur
- Arte, vegetazione e movimento trasformano l’atrio
- Tenjin Business Center II come pezzo di città
L’ufficio moderno nasce anche da una separazione: lavoro e città, produzione e tempo libero, interno controllato e spazio pubblico. Per oltre un secolo l’architettura ne ha perfezionato l’efficienza attraverso piante profonde, nuclei verticali, facciate continue e postazioni sempre più razionalizzate.
La pandemia ha incrinato quel paradigma non perché abbia decretato la fine dell’ufficio, ma perché ne ha reso meno evidente la necessità. Se una scrivania può trovarsi ovunque, quale esperienza deve offrire un edificio per convincere le persone a tornarvi?
A Fukuoka, Tenjin Business Center II sembra nascere precisamente da questa domanda. Progettato da OMA sotto la direzione di Shohei Shigematsu, il complesso di 62.720 m² sostituisce alla tradizionale introversione dell’edificio direzionale una sequenza di vuoti, terrazze, vegetazione, servizi e luoghi di incontro che tenta di trascinare la città dentro il luogo di lavoro. Non si tratta semplicemente di rendere più confortevole l’ufficio: l’ambizione è ridefinirne il confine.
Come osservava già OMA progettando il vicino Tenjin Business Center I, “Office buildings are often quite sober and withdrawn from public life”. Il secondo edificio prova ora a rovesciare definitivamente questa condizione.
Da Nexus World al Tenjin Big Bang: trentacinque anni di esperimenti urbani tra OMA, Isozaki e Fukuoka
Per OMA, Fukuoka non è una città qualsiasi. Il rapporto comincia nel 1991, quando lo studio viene invitato insieme ad altri progettisti a partecipare al Nexus World Housing, il grande esperimento residenziale coordinato da Arata Isozaki attorno all’idea di un “nuovo stile di vita urbano”.
Trentacinque anni dopo, il tema è cambiato, ma non completamente: non più come abitare la città, bensì come lavorarvi senza rinunciare alla sua complessità. Shohei Shigematsu aggiunge a questa continuità una componente biografica: partner di OMA e responsabile dello studio di New York, è originario proprio di Fukuoka. Tenjin Business Center II diventa quindi anche un ritorno, dentro una città che nel frattempo ha trasformato radicalmente le proprie ambizioni.
Il progetto appartiene alla strategia Tenjin Big Bang, con cui l’amministrazione sta accelerando il rinnovo del cuore direzionale della città. La particolare vicinanza dell’aeroporto aveva storicamente imposto limiti severi all’altezza degli edifici; l’allentamento progressivo dei vincoli aeronautici, unito a incentivi urbanistici, ha aperto la strada alla sostituzione di un patrimonio immobiliare ormai maturo con edifici più sicuri e performanti.
Oltre la torre: una trasformazione urbana
Secondo il Comune, 74 fabbricati risultavano già completati a marzo 2025 e circa 120 sostituzioni sono previste entro gli anni Trenta. La trasformazione non viene presentata soltanto come incremento volumetrico: spazi verdi, sicurezza sismica, attrattività economica, cultura e qualità dello spazio pubblico sono parti dichiarate della stessa operazione. Tenjin II va letto all’interno di questo laboratorio urbano, non come una torre isolata depositata nello skyline.
Due edifici come gemelli fraterni: Tenjin I e II costruiscono un sistema invece di una coppia di torri
OMA definisce Tenjin Business Center II il “fraternal twin”, il gemello fraterno del primo Tenjin Business Center completato nel 2021. La formula è interessante perché esclude immediatamente la replica.
I due edifici condividono una parentela formale e materiale, ma non sono identici: come due individui appartenenti alla stessa famiglia, reagiscono diversamente alle condizioni incontrate. Tenjin I aveva già introdotto nella tipologia direzionale un gesto destinato a diventare riconoscibile: l’erosione della massa edilizia attraverso una grande sottrazione angolare, scomposta in una trama tridimensionale quasi pixelata. Quella cavità apriva l’edificio verso l’incrocio tra Meiji-dori e Inabacho-dori e rendeva visibile dall’esterno l’attività dell’atrio.
Cinque anni dopo, Tenjin II riprende il dispositivo e lo porta a una scala più estesa. Il nuovo edificio conta 18 piani fuori terra, due interrati e circa 87,6 metri di altezza, su un lotto di 4.085 m²; la struttura è prevalentemente in acciaio con parti in cemento armato. Dei 62.720 m² complessivi, circa 39.570 sono destinati agli uffici e 5.590 alle attività commerciali.
I due complessi rimangono formalmente autonomi, ma una connessione al secondo livello e un passaggio sotterraneo permettono loro di funzionare come un unico sistema. È un dettaglio importante: anziché risolvere ogni nuovo lotto come episodio autosufficiente, OMA comincia a costruire una piccola infrastruttura urbana, nella quale la continuità viene affidata non soltanto all’immagine delle facciate ma ai percorsi, ai livelli pubblici e alle relazioni sotterranee.
L’Accelarium porta la piazza dentro l’edificio e trasforma l’atrio aziendale in un paesaggio verticale
Il dispositivo spaziale più spettacolare di Tenjin II è anche quello che ne chiarisce meglio la strategia. Sul fronte rivolto verso la Fukuoka City Hall Plaza, la massa dell’edificio viene scavata fino a generare un vuoto di sette livelli che dalla quota interrata raggiunge il quinto piano.
È l’Accelarium, nome programmatico per uno spazio che non vuole comportarsi come una lobby. Piattaforme curve e sfalsate salgono all’interno del volume, collegate da scale mobili sospese; la vegetazione colonizza bordi e terrazze, mentre la trasparenza dell’involucro mantiene costante la relazione visiva con la piazza.
L’impressione è quella di un terreno artificiale ripiegato verticalmente. Il paesaggio non viene aggiunto al progetto sotto forma di decorazione biofilica, ma utilizzato per rendere ambiguo il punto nel quale termina la città e comincia l’edificio. Dalla piazza, il verde sembra attraversare la facciata; dall’interno, ogni livello mantiene una relazione obliqua con gli altri e con l’esterno. Una seconda cavità, più contenuta e sviluppata su due livelli, si apre diagonalmente verso il Tenjin Central Park, completando il fronte pubblico lungo la Fukuhaku Promenade.
Qui emerge una differenza decisiva rispetto al grande atrio corporativo del Novecento. Quello tradizionale costruiva rappresentanza: marmo, altezza, controllo degli accessi, monumentalità. L’Accelarium vuole invece produrre movimento, sovrapposizione e visibilità reciproca. Non celebra tanto l’istituzione che occupa l’edificio quanto l’eventualità che persone appartenenti a organizzazioni diverse possano incontrarsi al suo interno. In questo senso la sezione diventa più importante della pianta: è la sovrapposizione verticale delle attività a costituire il vero spazio collettivo.
Una facciata erosa per ridurre la scala: il pixel come strumento per negoziare il confine tra pubblico e privato
Osservato da lontano, Tenjin Business Center II conserva l’efficienza volumetrica di un grande edificio direzionale. Avvicinandosi, tuttavia, la regolarità della griglia viene progressivamente compromessa. Alla base e sugli spigoli il volume sembra consumarsi: moduli della facciata arretrano, avanzano, scompaiono, lasciando emergere terrazze e profondità inattese.
OMA utilizza ancora una volta il pixel come unità di erosione della massa. Non è soltanto un espediente grafico. La frammentazione interviene esattamente nei punti in cui la scala dell’edificio deve confrontarsi con quella del pedone.
Nel primo Tenjin, lo studio descriveva questa sottrazione come uno strumento per “ammorbidire” il limite tra dominio pubblico e edificio privato. Nel secondo progetto la strategia diventa più articolata perché l’erosione non incide soltanto sull’angolo ma accompagna l’intero sistema dei livelli bassi.
Le superfici vetrate ad alta trasparenza espongono le attività commerciali e i percorsi interni alla strada; la profondità delle cavità introduce ombra e protezione; gli elementi lignei che rivestono scale mobili, scale e soffitti entrano in contrasto con la precisione metallica dell’involucro. Pavimenti in terrazzo e un sistema di illuminazione puntuale completano la costruzione di un’atmosfera deliberatamente meno corporativa.
Il risultato non cancella la monumentalità dell’edificio (62.720 m² rimangono una presenza considerevole), ma la negozia. È forse questo il valore più interessante del pixel di OMA: non un motivo estetico applicato alla facciata, bensì un’unità attraverso cui il grande volume viene progressivamente tradotto alla dimensione della strada.
Reboot!, startup e servizi condivisi: il programma dell’ufficio si espande oltre il tempo della produttività
La trasformazione tipologica non riguarda soltanto la forma. Ai piani inferiori Tenjin II introduce un programma sorprendentemente esteso di servizi destinati a dilatare il significato del luogo di lavoro. Reboot! occupa circa 4.760 m² secondo i dati di progetto pubblicati da OMA e distribuisce fra i livelli B2, 4 e 5 lounge, quaranta sale riunioni, spazi di lavoro condivisi, palestra, docce, sauna, spa, zone per il riposo, biblioteca, caffetteria e persino simulatori di golf.
Il developer Fukuoka Jisho descrive il sistema attraverso tre parole: recupero, conoscenza e comunità. L’idea è che riposo, socialità e rigenerazione fisica non siano attività esterne alla produttività ma condizioni che ne rendono possibile una forma diversa.
Accanto a Reboot! trova posto il Fukuoka Innovation Lab. Tenjin, incubatore dedicato al deep tech nel quale startup, ricerca accademica, imprese e investitori possono entrare in relazione. I livelli commerciali, aperti anche al pubblico, si estendono dal secondo interrato al terzo piano e comprendono ristorazione, caffè e una grande libreria Junkudo. La stazione della metropolitana di Tenjin, quella di Tenjin-Minami e la stazione Nishitetsu Fukuoka sono raggiungibili attraverso il sistema dei collegamenti sotterranei. L’ufficio diventa quindi soltanto una delle possibili ragioni per entrare nell’edificio.
Il presidente di Fukuoka Jisho, Ichiro Enomoto, ha sintetizzato bene l’obiettivo durante l’apertura: “Proprio come nel campus universitario avvengono incontri tra diverse facoltà, spero che qui possano avvenire incontri tra diverse aziende”. Il riferimento al campus è rivelatore. Ciò che il progetto cerca di importare nel mondo aziendale non è tanto la forma dell’università quanto la sua capacità di produrre incontri non programmati.
Dopo la pandemia il workplace cerca un’altra misura: più poroso, più sociale e meno dipendente dalla scrivania
La questione decisiva è proprio questa. Il lavoro ibrido ha indebolito l’equazione novecentesca secondo cui lavorare significa necessariamente occupare una determinata postazione per un determinato numero di ore. L’architettura direzionale si trova così davanti a un paradosso: maggiore è l’autonomia concessa dal digitale, maggiore diventa la necessità di offrire ragioni fisiche per condividere uno spazio. Tenjin II risponde moltiplicando tutto ciò che non può essere facilmente riprodotto sullo schermo: presenza, accidentalità, percezione del paesaggio, benessere corporeo, incontro, cibo, cultura.
“Con Tenjin II abbiamo riflettuto sui nuovi valori e sulle nuove esigenze del mondo del lavoro nell'era post-pandemia”, ha spiegato Shohei Shigematsu. È una frase che colloca esplicitamente l’edificio dopo la cesura del Covid e permette di comprenderne la differenza rispetto a Tenjin I. Il primo progetto si interrogava soprattutto su come un edificio per uffici potesse contribuire alla vita pubblica; il secondo aggiunge una domanda interna alla tipologia: che cosa deve contenere oggi un luogo di lavoro?
La risposta di OMA non coincide con l’abbandono dell’ufficio tradizionale. Dal sesto al diciottesimo piano rimangono grandi superfici direzionali, con piani tipo che possono raggiungere circa 785 tsubo, poco meno di 2.600 m². Ciò che cambia è la quantità di spazio sottratta all’efficienza strettamente immobiliare per costruire un ecosistema condiviso.
In termini economici è una scelta significativa: metri quadrati che avrebbero potuto essere affittati vengono trasformati in infrastruttura comune. In termini architettonici significa riconoscere che il valore di un workplace non coincide più soltanto con quello della superficie netta disponibile.
Arte, vegetazione e movimento trasformano l’atrio in una scena urbana continuamente mutevole
Dentro l’Accelarium compare anche un elemento che sposta ulteriormente il progetto oltre il semplice edificio commerciale. Sospesa nel grande vuoto è installata Aerosolar Rhythms dell’artista argentino Tomás Saraceno.
Le superfici riflettenti dell’opera reagiscono alla luce, ai movimenti dell’aria e alla presenza delle persone, introducendo una componente instabile all’interno della geometria controllata dell’architettura. Non è secondario che l’intervento occupi proprio il principale spazio di connessione: l’arte diventa parte dell’esperienza quotidiana di lavoratori, visitatori e passanti, invece di essere relegata a oggetto celebrativo nell’ingresso.
L’insieme di vegetazione, scale mobili sospese, piattaforme curve e installazione produce una sorta di teatro cinetico. Le persone appaiono contemporaneamente spettatori e figure osservate dagli altri livelli. La sezione mette costantemente in scena la presenza umana e questa esposizione reciproca è una componente essenziale dell’idea di comunità proposta dall’edificio.
Esiste naturalmente un’ambiguità. Uno spazio accessibile, trasparente e ricco di servizi non diventa automaticamente spazio pubblico: Tenjin II resta un investimento immobiliare privato, con gradi differenti di accessibilità e aree riservate ai tenant.
Ma è proprio questa ambiguità a rendere il progetto interessante. Molta parte della città contemporanea si costruisce ormai dentro sistemi di proprietà e gestione privata; la questione architettonica diventa allora quanto questi sistemi siano capaci di restituire porosità, continuità e utilità collettiva al tessuto urbano.
Tenjin Business Center II come pezzo di città: la prova decisiva sarà ciò che accadrà nei suoi spazi intermedi
È probabilmente troppo presto per stabilire se l’esperimento funzionerà. Gli atri possono diventare piazze verticali oppure rimanere spettacolari dispositivi di rappresentanza; gli spazi comuni possono favorire incontri oppure trasformarsi in un catalogo di amenities immobiliari. La qualità architettonica crea condizioni, non garantisce comportamenti. Ed è forse questo il punto più fertile del progetto: Tenjin Business Center II non sostiene che la forma possa produrre automaticamente comunità, ma investe una quantità eccezionale di spazio nel tentativo di renderla possibile.
La vera innovazione non risiede quindi nella sauna dentro un edificio per uffici o nella vegetazione arrampicata su sette livelli. È nella decisione di considerare lo spazio intermedio come infrastruttura. Tra strada e lobby, tra lavoro e pausa, tra azienda e città, tra interno ed esterno, OMA concentra la parte più intensa dell’architettura. Gli uffici veri e propri rimangono relativamente regolari; ciò che viene progettato con maggiore libertà è tutto quello che accade prima, dopo e attorno alla scrivania.
Fukuoka offre a questa ricerca una condizione particolarmente favorevole. La città sta usando il Tenjin Big Bang per rinnovare simultaneamente patrimonio costruito, infrastrutture, spazio pubblico e capacità economica. Tenjin II mostra una possibile conseguenza di quella strategia: non semplicemente edifici più nuovi o più alti, ma volumi che tentano di partecipare alla costruzione della strada.
Nel 1991 OMA arrivava qui per interrogare con Isozaki la possibilità di un “new urban lifestyle”. Nel 2026 ritorna sulla stessa domanda da un’altra porta. L’abitare è diventato lavorare, il blocco residenziale un grande complesso direzionale, ma l’interrogativo rimane sorprendentemente vicino: come può un edificio diventare parte della vita collettiva invece di limitarsi a contenerla?
Tenjin Business Center II suggerisce una risposta fatta soprattutto di sottrazioni. Scava la massa, apre gli angoli, espone i percorsi, porta il verde verso l’alto e lascia entrare la città. L’ufficio rimane, ma il suo bordo comincia finalmente a perdere consistenza.
























