- INFO POINT
- Di Ernesto Logatto
- Stato: Progetto
Il rito comincia fuori
Edilizia Pubblica“Prima la vita, poi gli spazi, poi gli edifici”. La celebre formula di Jan Gehl sembra particolarmente pertinente quando l’edificio in questione è uno stadio. Perché, in realtà, il rito collettivo non comincia mai sulle tribune: inizia molto prima, nel movimento delle persone verso il recinto, nei flussi che si incontrano, nelle attese, nelle code e in quel progressivo passaggio dalla città all’evento.
A Las Vegas, Grimshaw prende sul serio questa condizione e concentra il progetto non sull’Allegiant Stadium, già completato nel 2020, ma sul territorio apparentemente secondario che lo precede. La nuova North Plaza, prevista al posto degli attuali parcheggi superficiali B e C, trasforma così l’ingresso settentrionale in un sistema stratificato di spazio pubblico, mobilità e ombra: una passerella sopraelevata prolunga l’Hacienda Bridge fino allo stadio, i veicoli vengono organizzati al livello inferiore e una grande copertura costruisce finalmente un luogo in cui arrivare può significare anche fermarsi. È un progetto ancora sulla carta, ma propone una domanda che va ben oltre il football americano: dove comincia davvero oggi un grande edificio collettivo?
Dal parcheggio alla piazza: Grimshaw ridisegna il margine nord dello stadio come nuovo spazio collettivo di Las Vegas
L’operazione appare semplice solo in superficie. Gli attuali Lots B e C, a nord dell’Allegiant Stadium, appartengono alla grammatica quasi inevitabile dei grandi impianti sportivi statunitensi: grandi superfici asfaltate utilizzate soprattutto per assorbire automobili, servizi e picchi di affluenza. Grimshaw le considera invece una riserva urbana. La proposta sostituisce al parcheggio un paesaggio costruito nel quale i diversi modi di raggiungere lo stadio vengono separati e ricomposti, mentre il suolo smette di essere esclusivamente infrastruttura tecnica.
Il problema non è teorico. Dopo sei anni di funzionamento, il North Entry è emerso come uno dei punti più congestionati dell’intero complesso. Una parte consistente degli spettatori raggiunge lo stadio a piedi dalla Strip attraversando l’Hacienda Avenue Bridge, generando concentrazioni particolarmente intense prima e dopo i grandi eventi. Lo stesso Stadium District Plan di Clark County aveva già individuato criticità precise: pendenze, marciapiedi poco generosi e soprattutto assenza di ombra e di servizi per i pedoni rendevano l’attraversamento poco invitante.
La North Plaza interviene dunque su un’infrastruttura esistente cercando di trasformarne il significato. Per Andrew Byrne, partner di Grimshaw, “Las Vegas sa già trasformare un evento in un’esperienza memorabile: arrivo, permanenza e bis”. L’obiettivo, prosegue l’architetto, è estendere quella stessa esperienza allo spazio che precede l’ingresso dello stadio. Il progetto assume così un territorio finora residuale come prima scena dello spettacolo.
Una passerella collega Hacienda Bridge e North Entry separando i flussi pedonali dalla mobilità su gomma
La componente più chiaramente infrastrutturale è il nuovo ponte pedonale sopraelevato, progettato come prosecuzione del sovrappasso di West Hacienda Avenue fino al gate settentrionale dell’Allegiant Stadium. La scelta permette di dare continuità al flusso proveniente dalla Strip senza costringerlo a interferire continuamente con automobili, taxi e servizi di ride-hailing. Non una passerella aggiunta a posteriori, dunque, ma un nuovo livello urbano che assume la massa degli spettatori come parametro progettuale.
Al di sotto si organizza una seconda città, quella dei veicoli. Il progetto prevede una zona dedicata a pick-up e drop-off, concepita per rendere più leggibili le operazioni di arrivo e partenza e ridurre i conflitti tra pedoni e traffico. La sovrapposizione verticale dei sistemi consente a Grimshaw di utilizzare due volte lo stesso suolo: sopra il movimento lento e collettivo, sotto quello rapido e meccanizzato.
La questione è particolarmente rilevante in un contesto nel quale il giorno dell’evento modifica temporaneamente il funzionamento di un’intera porzione urbana. Clark County ha perfino istituito un Allegiant Stadium Corridor, con specifiche limitazioni alle attività stradali durante gli eventi, a conferma di quanto il funzionamento del recinto sportivo condizioni il sistema viario circostante. La nuova piazza lavora quindi su un confine tradizionalmente difficile da progettare: quello tra infrastruttura di trasporto e spazio civico.
E proprio qui il progetto diventa più interessante. Il ponte non serve soltanto ad arrivare più rapidamente al cancello. Diventa una sequenza di avvicinamento, una nuova quota dalla quale percepire contemporaneamente lo stadio e la città. Il movimento della folla acquista così una forma architettonica.
Una grande copertura trasforma l’ombra in infrastruttura climatica e costruisce una stanza pubblica nel deserto del Nevada
A Las Vegas una copertura non è semplicemente un gesto formale. Nell’estate 2026 il National Weather Service ha registrato in città temperature superiori ai 45 °C, mentre identifica nell’intensa urbanizzazione della valle — e in particolare nelle aree centrali e lungo la Strip — una delle cause dell’accentuazione locale dell’isola di calore. La stessa pianificazione urbana di Las Vegas insiste sulla necessità di produrre ombra attraverso edifici, alberature e infrastrutture per migliorare la vivibilità dello spazio pedonale.
È dentro questa condizione estrema che deve essere letta la grande copertura prevista da Grimshaw sopra la North Plaza; una struttura che proteggerà gli spettatori durante l’attesa prima dell’apertura dei cancelli, certo, ma il progetto cerca di evitare che la sua funzione si esaurisca nel controllo climatico. Lo spazio sottostante potrà infatti diventare un piccolo palcoscenico per concerti, attivazioni e manifestazioni, trasformando un dispositivo ambientale in una struttura programmatica.
L’ombra diventa così un materiale di progetto. In un luogo dominato da asfalto, superfici minerali e grandi distanze pedonali, significa introdurre una condizione elementare senza la quale qualsiasi dichiarazione sulla qualità dello spazio pubblico rischierebbe di rimanere retorica. Non sappiamo ancora, nella fase preliminare attuale, quale sarà la definizione tecnica definitiva della copertura né quanto il progetto integrerà vegetazione, fotovoltaico o ulteriori strategie bioclimatiche. Sarebbe quindi improprio attribuirgli prestazioni non ancora dichiarate. Ma la scelta di costruire una vasta zona protetta dal sole introduce una misura climatica che a Las Vegas è già un fatto urbano prima ancora che architettonico.
Lo stadio guarda finalmente fuori: dal grande oggetto introverso a una nuova generazione di infrastrutture civiche
La North Plaza appare quasi come l’applicazione concreta di una riflessione che Grimshaw ha sviluppato negli ultimi anni sul futuro degli impianti sportivi. Kirsten Lees, managing partner dello studio, osservava nel 2025 come il modello del grande stadio autonomo, “vivo nel giorno della partita e dormiente durante il resto della settimana”, stia cedendo il passo a strutture chiamate a guardare contemporaneamente verso il campo e verso la città.
È una trasformazione tipologica significativa. Per gran parte del Novecento lo stadio ha perfezionato soprattutto la propria dimensione interna: visibilità, distribuzione degli spettatori, sicurezza, servizi, hospitality, coperture, tecnologia. Il perimetro era quasi sempre il punto nel quale il progetto perdeva intensità. Oltre i tornelli iniziavano parcheggi, svincoli e grandi spazi di risulta.
Grimshaw sostiene invece che gli impianti contemporanei debbano essere “aperti, leggibili e realmente utili” anche alla città che li circonda. La North Plaza verifica esattamente questa ipotesi su un organismo già esistente. Non cambia la bowl dell’Allegiant Stadium, non aggiunge posti e non cerca una nuova icona da contrapporre all’edificio: lavora su ciò che avviene prima e dopo l’evento.
Il salto concettuale è sottile, ma rilevante. Se la piazza funzionerà esclusivamente nelle ore immediatamente precedenti una partita o un concerto, rimarrà un’estensione sofisticata dell’apparato dello stadio. Se riuscirà invece a ospitare attività indipendenti dal calendario sportivo, potrà assumere una forma autenticamente urbana. È su questa seconda possibilità che si misurerà il significato del progetto una volta costruito.
Allegiant Stadium, una macchina da 167.000 metri quadrati che in sei anni ha cambiato la geografia degli eventi di Las Vegas
Per comprendere la scala dell’intervento bisogna tornare all’edificio al quale si appoggia. Progettato da MANICA Architecture con HNTB come progettisti responsabili, Allegiant Stadium è stato completato nel luglio 2020 dalla joint venture Mortenson - McCarthy. La superficie è di circa 167.000 m², con 65.000 posti, 128 suite e 8.000 club seats. L’intero organismo è chiuso e climatizzato, coperto da una struttura leggera in ETFE e dotato di un campo in erba naturale retrattile che può scorrere all’esterno dell’edificio.
La sua pelle nera e continua, attraversata da linee luminose bianche, ha prodotto uno degli oggetti più riconoscibili della recente Las Vegas, ma l’edificio è interessante soprattutto per la contraddizione che porta con sé: è estremamente chiuso per ragioni climatiche e contemporaneamente cerca una connessione spettacolare con la Strip attraverso grandi pareti operabili e visuali interne. Il tetto translucido protegge dal sole del Nevada lasciando entrare luce naturale; il campo mobile risolve la difficile convivenza tra un’arena climatizzata e un manto erboso naturale.
In sei anni l’arena ha ospitato 151 grandi eventi a pagamento, accolto oltre sette milioni di visitatori e, secondo i Raiders, generato 10,6 miliardi di dollari di attività economica. Super Bowl, WrestleMania, calcio internazionale, boxe e concerti hanno trasformato un impianto costruito innanzitutto per la NFL in uno dei grandi dispositivi dell’economia dell’intrattenimento cittadina.
Proprio il successo dell’edificio ha reso evidente ciò che il progetto originario non aveva completamente risolto: milioni di persone devono ancora raggiungerlo e lasciarlo. La North Plaza nasce dal successo dello stadio, ma anche dai suoi attriti.
Dalla passerella al Vegas Loop: la North Plaza diventa un nodo tra mobilità pedonale, rideshare e infrastruttura sotterranea
La stratificazione prevista non finisce con il ponte pedonale e il carpoling. Il masterplan contempla infatti la possibilità di integrare una futura stazione del Vegas Loop, il sistema di tunnel sviluppato da The Boring Company. Il progetto complessivo del Loop ha già ricevuto autorizzazioni per una rete molto più ampia di quella oggi operativa e identifica Allegiant Stadium tra le destinazioni future.
È importante distinguere progetto architettonico e infrastruttura programmata: la stazione non è oggi un collegamento operativo dello stadio. Tuttavia Grimshaw riserva al sistema uno spazio nel disegno della North Plaza, evitando che un eventuale ingresso futuro debba essere inserito come corpo estraneo.
Ne emerge quasi una sezione della mobilità contemporanea di Las Vegas: tunnel sotto terra, automobili e carpoling al livello stradale, pedoni sopraelevati. Il risultato è lontano dall’ideale della strada europea nella quale tutti i sistemi convivono sullo stesso piano; qui la complessità e la quantità dei flussi vengono gestite attraverso la separazione tridimensionale.
Rendere leggibile la mobilità urbana
È anche il riflesso di una condizione urbana peculiare. Lo Stadium District Plan di Clark County riconosce esplicitamente la necessità di rafforzare mobilità pedonale e trasporto alternativo in un territorio ancora fortemente orientato all’automobile. La North Plaza non risolve da sola questa contraddizione, ma costruisce un punto nel quale modalità differenti possono finalmente incontrarsi in maniera leggibile.
Centocinquantotto milioni di dollari per l’ingresso: il valore politico ed economico dello spazio prima dei tornelli
La scala economica dell’operazione rivela quanto l’area esterna sia ormai considerata parte integrante dell’infrastruttura dello stadio. Il costo stimato è di circa 158 milioni di dollari. Il 2 settembre 2026 la Las Vegas Stadium Authority ha approvato all’unanimità l’utilizzo di un massimo di 75 milioni di dollari provenienti dal Waterfall Residual Fund; secondo la struttura finanziaria definita dal Senate Bill 1, queste risorse possono essere utilizzate per investimenti sullo stadio, infrastrutture adiacenti o riduzione anticipata del debito. La quota rimanente sarà finanziata dai Raiders.
La proprietà dello stadio è pubblica, attraverso la Las Vegas Stadium Authority, mentre la gestione e il sistema economico che vi gravita attorno producono una relazione complessa tra investimento collettivo e attività privata. È un aspetto che merita di essere dichiarato senza necessariamente trasformare un articolo di architettura in una disputa fiscale: progettare il suolo intorno a uno stadio significa anche decidere quale valore attribuire a infrastrutture che servono contemporaneamente turismo, sport, comunità e impresa.
“L’esperienza comincia prima che i tifosi varchino i cancelli”, ha dichiarato la presidente dei Raiders Sandra Douglass Morgan. La frase sintetizza perfettamente la logica dell’investimento. Quei 158 milioni non acquistano nuovi posti sulle gradinate: acquistano tempo, fluidità, ombra, sicurezza e spazio prima dell’ingresso.
È forse questo il segnale più netto della trasformazione degli stadi contemporanei. Il valore non viene più misurato soltanto attraverso ciò che accade davanti al campo, ma attraverso l’intero viaggio del visitatore.
Il Super Bowl del 2029 come scadenza, ma la vera prova sarà trasformare una folla temporanea in una forma stabile di città
Il progetto preliminare è già in corso. Secondo il programma comunicato dai Raiders, i lavori dovrebbero iniziare nel terzo trimestre del 2027 e terminare entro la fine del 2028, lasciando la nuova North Plaza operativa prima del Super Bowl del 2029.
La grande manifestazione rappresenta una scadenza inevitabile, ma sarebbe riduttivo leggere l’intervento soltanto come preparazione a un megaevento. Grimshaw stesso insiste sulla possibilità di utilizzare piazza e copertura per piccoli concerti e attività durante l’intero anno. Ed è precisamente lì che si giocherà la qualità urbana dell’operazione.
Una piazza progettata per decine di migliaia di persone rischia infatti di apparire sovradimensionata quando la folla scompare. Il vero problema degli spazi attorno agli stadi è sempre il giorno dopo. Devono sopportare concentrazioni eccezionali senza diventare deserti tra un evento e l’altro. Vegetazione, arredi, attività, ombra, programmi culturali e connessioni quotidiane avranno quindi un peso almeno pari alla capacità di smaltire rapidamente gli spettatori.
Grimshaw ha scritto che l’obiettivo dell’investimento sportivo dovrebbe essere “costruire città migliori, non soltanto stadi migliori”. La North Plaza costituisce un banco di prova quasi letterale per questa affermazione.
Perché l’Allegiant Stadium è già una macchina impressionante: grande, tecnologica, climatizzata, luminosa, perfettamente aderente alla capacità di Las Vegas di trasformare ogni evento in spettacolo. Ciò che mancava era forse qualcosa di molto più ordinario e, proprio per questo, più difficile: un pezzo di città davanti alla porta.
Se il progetto manterrà questa promessa, il risultato più significativo non sarà la nuova silhouette della copertura né la passerella che condurrà rapidamente gli spettatori alla North Entry. Sarà l’aver riconosciuto che anche davanti a uno dei più tecnologici stadi del mondo valgono ancora le parole di Gehl: prima vengono le persone, poi lo spazio che permette loro di stare insieme. Solo alla fine arriva l’edificio.
















