- INFO POINT
- Di Nunzio Manfredi
- Stato: Edificio concluso
L’ombra che dà forma alla comunità
Edilizia Pubblica- A Jiangdong l’edificio pubblico diventa una porzio
- Il clima tropicale non viene corretto dagli impian
- Dalle case a barca dei Li ai portici Qilou, CADG t
- Un piano terreno quasi vuoto trasforma il vento in
- Sport, spettacolo e formazione vengono impilati pe
- Diecimila metri quadrati di fotovoltaico trasforma
- Il vero dispositivo ambientale è lo spazio interme
- Dalla sostenibilità come dotazione alla sostenibil
Esiste un modo elementare di abitare i tropici che l’architettura contemporanea ha talvolta dimenticato: cercare l’ombra, lasciare passare il vento, proteggersi dalla pioggia senza separarsi dall’esterno. Prima degli impianti, delle simulazioni e delle certificazioni ambientali, la risposta al clima era già incorporata nella forma degli edifici. Portici, tetti profondi, cortili, strade coperte e pareti permeabili trasformavano la necessità in cultura dell’abitare. A Haikou, capitale dell’isola cinese di Hainan, il nuovo Workers’ Activity Center – Workers’ Cultural Palace progettato dal Green Architecture Design & Research Institute di CADG riparte precisamente da questa evidenza, ma la porta alla scala di un complesso pubblico di oltre 57.000 m².
Il risultato non è semplicemente un edificio sostenibile dotato di tecnologie efficienti. È una costruzione nella quale clima, struttura, programma, paesaggio ed energia sembrano derivare dallo stesso principio generatore. Una grande copertura si allarga come una chioma, mentre il terreno rimane attraversabile; passerelle, terrazze e giardini si sovrappongono; lo spazio climatizzato arretra dove non è necessario. L’edificio diventa così meno un volume e più una condizione atmosferica: una grande infrastruttura dell’ombra sotto la quale sport, cultura, formazione e quotidianità possono mescolarsi.
A Jiangdong l’edificio pubblico diventa una porzione attraversabile del paesaggio urbano e del sistema ecologico costiero
Il Workers’ Activity Center sorge nella Jiangdong New Area, sul margine orientale di Haikou, accanto al Guilinyang National Tropical Agriculture Park e non lontano dalle zone umide dell’estuario costiero. È un contesto importante per comprendere il progetto: Jiangdong non è semplicemente una nuova espansione urbana, ma un territorio di circa 298 km² nel quale la pianificazione ufficiale tenta di comporre aree urbanizzate, sistemi d’acqua, zone umide, villaggi e nuove centralità economiche. La stessa amministrazione descrive l’area come articolata fra una fascia ecologica orientale e una parte occidentale nella quale città e attività produttive devono convivere con un sistema paesaggistico fortemente caratterizzato.
È in questa geografia che il progetto acquista significato. Su un lotto di circa 29.216 m², il complesso sviluppa una superficie costruita dichiarata da CADG di 57.411 m² ed è stato completato nell’agosto 2025, dopo una fase progettuale sviluppata tra il 2021 e il 2022. Il committente è la Haikou Federation of Trade Unions; la direzione progettuale è di Cui Kai, con Liu Heng tra i principali responsabili del progetto.
Far continuare il paesaggio attraverso l’architettura
L’idea interessante è che il nuovo centro civico non interrompe questa matrice territoriale con un oggetto concluso. Cerca piuttosto di far continuare il paesaggio attraverso l’architettura. Acqua, vegetazione e terreno libero penetrano sotto il volume; i percorsi pedonali attraversano il piano terra; le terrazze vegetate trasferiscono progressivamente il suolo verso l’alto. La grande scala del programma viene così dissimulata dentro una sequenza di episodi più vicini alla dimensione di un quartiere che a quella di un singolo edificio.
Il clima tropicale non viene corretto dagli impianti ma assunto come matrice capace di generare forma, sezione e spazio
Haikou significa caldo, umidità, precipitazioni intense, forte irraggiamento e venti monsonici. CADG trasforma questi fattori da problemi da neutralizzare in parametri del progetto. Le tre richieste fondamentali individuate dal gruppo di lavoro sono semplici: produrre ombra, favorire la ventilazione naturale e creare spazi intermedi capaci di proteggere simultaneamente dal sole e dalla pioggia. Da questa premessa nasce la figura più riconoscibile dell’intervento: un organismo più largo in alto e più stretto alla base, quasi l’inversione della piramide convenzionale.
La metafora scelta dai progettisti è quella dell’“Albero della Vita”. Ma il riferimento funziona soprattutto quando smette di essere metafora. Come un albero, l’edificio riduce l’occupazione fisica vicino al terreno e amplia la propria superficie in quota, formando una chioma artificiale sotto cui si accumulano ombra e attività. Grandi aggetti orizzontali costruiscono circa 2.100 m² di circolazioni tridimensionali protette, mentre logge, rampe e passerelle trasformano il movimento tra le funzioni in una lunga esperienza semiesterna.
La conseguenza è importante anche sul piano energetico. Una parte consistente delle superfici di distribuzione, che in un edificio pubblico convenzionale sarebbe probabilmente racchiusa e climatizzata, diventa qui spazio tampone non condizionato. La sostenibilità non coincide quindi soltanto con l’efficienza degli impianti: comincia dalla decisione di stabilire quali metri quadrati abbiano davvero bisogno di aria condizionata.
Dalle case a barca dei Li ai portici Qilou, CADG traduce la memoria climatica di Hainan senza trasformarla in decorazione
L’architettura di Haikou possedeva già strumenti sofisticati per confrontarsi con questo ambiente. I progettisti dichiarano esplicitamente due riferimenti: le boat-shaped houses della popolazione Li e gli edifici porticati Qilou del centro storico della città. Non si tratta, però, di riprenderne l’aspetto.
Le tradizionali abitazioni Li hanno coperture curve fortemente inclinate, realizzate storicamente con materiali vegetali locali; la loro configurazione favorisce protezione dalla pioggia, ventilazione e adattamento alle condizioni tropicali. Le fonti istituzionali di Hainan ricordano come bambù, legno e coperture vegetali contribuissero al comportamento termico di queste costruzioni e come la forma fosse efficace anche nei confronti dei forti venti dell’isola.
I Qilou compiono un’operazione differente ma complementare: arretrano il piano terreno rispetto ai livelli superiori creando lunghi portici continui, capaci di offrire ai pedoni protezione tanto dalla pioggia quanto dal sole tropicale. A Haikou questi edifici rappresentano inoltre il risultato storico dell’incontro tra cultura locale e influenze provenienti dal Sud-est asiatico.
Quando clima e forma diventano inseparabili
CADG evita la citazione figurativa e trasferisce nell’edificio contemporaneo la logica ambientale di entrambi. Delle case Li conserva l’idea che forma e clima siano inseparabili; dei Qilou recupera quella fascia ambigua tra dentro e fuori nella quale la protezione atmosferica diventa spazio sociale. È forse qui che il progetto appare più convincente: la tradizione non viene applicata alla facciata, ma incorporata nella sezione.
Un piano terreno quasi vuoto trasforma il vento in materiale architettonico e il passaggio in una nuova forma di spazio pubblico
Sotto la grande copertura l’edificio si apre. Il corridoio principale di ventilazione disposto lungo l’asse nord-sud raggiunge circa 33 metri di larghezza e 12 metri di altezza; sul lato sud-est un’ulteriore apertura di 14,5 metri intercetta le brezze monsoniche e le convoglia all’interno del complesso. Secondo le simulazioni pubblicate dal gruppo di progetto, nella strada interna dell’ingresso la velocità media annuale dell’aria raggiunge circa 2,3 m/s, senza rilevanti zone di ristagno nelle principali aree destinate alle attività durante estate e stagioni intermedie.
Il dato è interessante, ma più interessante ancora è ciò che produce spazialmente. Il vento non attraversa semplicemente una finestra: percorre un sistema di strade interne, corti e vuoti. L’architettura crea così una sorta di “cool alley” contemporanea nella quale ventilazione e circolazione pedonale coincidono.
Anche la struttura partecipa a questa liberazione del terreno. Sostegni metallici inclinati a V e controventi evidenziati nella composizione trasferiscono i carichi riducendo il numero di elementi verticali lungo il perimetro e rendendo più permeabili le fasce inferiori. CADG sceglie inoltre di lasciare leggibile l’ossatura, limitando apparati decorativi e controsoffitti: la struttura non viene rivestita per assomigliare all’architettura, diventa direttamente architettura.
Cui Kai ha sintetizzato questa ricerca attraverso un principio particolarmente efficace: «eliminare gli “spazi neri”, superare l’ingresso unico e costruire un insediamento aperto attraversato da flussi multipli». La frase chiarisce quanto il progetto riguardi la vita pubblica almeno quanto il comportamento energetico.
Sport, spettacolo e formazione vengono impilati per ridurre il carico ambientale e costruire una topografia pubblica tridimensionale
Il programma avrebbe facilmente potuto produrre un grande contenitore multifunzionale. CADG sceglie invece di scomporlo verticalmente. Le funzioni che richiedono grandi luci strutturali — impianti sportivi e spazi per spettacoli — vengono in parte inserite sotto quota. La massa del terreno agisce così da buffer termico, mentre diminuisce la superficie direttamente esposta all’esterno: secondo il team, la riduzione delle superfici esposte per questi ambienti raggiunge circa il 30-40%.
Gli ambienti di dimensione minore e utilizzati con maggiore frequenza salgono invece tra il terzo e il quinto livello e si dispongono attorno a tre corti. Sul lato meridionale trovano posto gli spazi espositivi condivisi. Fra queste funzioni corre una rete continua di rampe, percorsi, terrazze e giardini sospesi che rende difficile stabilire dove termini la distribuzione e cominci lo spazio collettivo.
È qui che il Workers’ Activity Center supera la tipologia convenzionale del centro civico. Il corridoio non è soltanto ciò che consente di raggiungere una palestra; può diventare luogo per camminare. Una terrazza non costituisce semplicemente l’uscita di sicurezza di una sala, ma un luogo in cui fermarsi. Il collegamento fra due piani può trasformarsi in belvedere, giardino o spazio di incontro.
In una riflessione pubblicata in occasione di un confronto sul progetto, l’urbanista Wang Kai ha interpretato proprio questo carattere definendo il complesso una sorta di “edificio urbano”: le gallerie trasversali e le connessioni multilivello funzionano infatti come prosecuzione delle strade della città.
Diecimila metri quadrati di fotovoltaico trasformano la grande copertura da dispositivo passivo a superficie produttiva di energia
La copertura che produce ombra svolge contemporaneamente un’altra funzione. Quasi 10.000 m² sono integrati con moduli fotovoltaici a film sottile in tellururo di cadmio (CdTe). La produzione stimata è di circa 1,15 milioni di kWh l’anno; nelle condizioni di contemporaneità massima delle funzioni l’impianto può coprire circa il 40% del fabbisogno complessivo, mentre secondo CADG il normale funzionamento non a pieno carico consente al complesso di avvicinarsi a condizioni operative di energia quasi nulla.
Il dato tecnologico assume significato perché non è stato aggiunto a una forma già determinata. La superficie che scherma il sole diventa la stessa superficie che ne raccoglie l’energia. È un passaggio concettuale rilevante: ciò che protegge l’edificio dal clima viene utilizzato per alimentarlo.
Anche l’acqua entra nello stesso circuito. Le precipitazioni intercettate da coperture e piattaforme vengono raccolte e reimpiegate, fra l’altro, nell’irrigazione a microgoccia della vegetazione. Il progetto integra sistemi di accumulo riconducibili alla strategia cinese della “sponge city”, mentre acqua e verde contribuiscono al controllo locale del microclima.
Non esiste quindi una tecnologia dominante. Fotovoltaico, vegetazione, acqua, ombreggiamento e ventilazione costruiscono un metabolismo unitario. L’interesse del progetto consiste precisamente in questa sovrapposizione: una decisione architettonica non risolve quasi mai un solo problema.
Il vero dispositivo ambientale è lo spazio intermedio, quella zona indefinita nella quale interno ed esterno smettono di essere opposti
La cultura energetica del Novecento ha abituato gran parte dell’architettura a una distinzione piuttosto netta: fuori esiste il clima, dentro esistono condizioni controllate. A Haikou questa divisione sarebbe particolarmente costosa. CADG lavora invece sull’ampiezza della zona intermedia, fino a farla diventare uno dei principali ambienti dell’edificio.
Sotto le falde aggettanti si costruisce un paesaggio che non è completamente interno e non è completamente esterno. Le persone possono attraversarlo durante la pioggia, sostare all’ombra, utilizzare terrazze e percorsi senza entrare ogni volta in locali climatizzati. Vegetazione e specchi d’acqua non sono confinati nel giardino che circonda l’architettura, ma partecipano a questo spessore abitabile.
È un principio che ha implicazioni sociali prima ancora che energetiche. Uno spazio totalmente interno tende a essere assegnato a una funzione; uno spazio totalmente esterno dipende dalle condizioni atmosferiche. Lo spazio intermedio permette invece attività non programmate: incontro, conversazione, attesa, passeggio, esercizio, osservazione. È il territorio nel quale un centro destinato ai lavoratori può diventare realmente un luogo della città.
Da questo punto di vista, il riferimento alla quotidianità di Hainan indicato dai progettisti — attività frequenti nelle ore mattutine e serali e una forte consuetudine con gli spazi ombreggiati e ventilati — non è un semplice elemento narrativo. Determina la differenza fra progettare un edificio che contiene la comunità e progettare un ambiente nel quale la comunità possa appropriarsi dello spazio.
Dalla sostenibilità come dotazione alla sostenibilità come forma: il Workers’ Cultural Palace propone un’altra idea di edificio verde
Nel giugno 2026 il progetto è stato al centro di un confronto tra progettisti e studiosi promosso da China Construction Technology Consulting. In quella sede è emerso un elemento che aiuta a collocarlo oltre l’eccezionalità della forma: il Workers’ Activity Center è stato selezionato come progetto dimostrativo nell’ambito del programma nazionale cinese dedicato agli edifici verdi di alta qualità.
Il suo interesse, tuttavia, non deriva dalla quantità di dispositivi tecnologici installati. Deriva quasi dal contrario. Il progetto dimostra quanto possa essere decisiva una sequenza di scelte elementari: allargare il tetto, restringere la base, far passare il vento, interrare ciò che necessita di grande volume, liberare ciò che non richiede climatizzazione, raccogliere la pioggia, produrre energia proprio dove il sole deve essere schermato.
Anche il responsabile Liu Heng ha descritto il metodo progettuale come un sistema nel quale risposta climatica, organizzazione spaziale, tecnica costruttiva e ciclo ecologico vengono sviluppati insieme. È forse questa la parte più esportabile del progetto. Non la sua sagoma, che appartiene a Haikou, e neppure la retorica dell’Albero della Vita, inevitabilmente legata alla sua rappresentazione. Ciò che può essere trasferito è il procedimento: cominciare dal clima e lasciare che le conseguenze arrivino fino alla struttura, alla distribuzione e all’immagine dell’edificio.
Il Workers’ Cultural Palace suggerisce in questo modo una definizione meno tecnologica e insieme più radicale della sostenibilità. Un edificio verde non è necessariamente un edificio normale al quale siano state aggiunte tecnologie verdi. Può essere un edificio che, senza il proprio comportamento ambientale, semplicemente non avrebbe quella forma.






















