- INFO POINT
- Di Nunzio Manfredi
- Stato: Progetto
Urban Managed Retreat: le città che imparano a ritirarsi
Urbanistica- Dal controllo del territorio alla sua trasformazio
- La Louisiana e la rilocalizzazione climatica di Is
- Staten Island e il programma NY Rising Buyout
- I Paesi Bassi e il programma “Room for the River”
- Jakarta e il collasso della città costiera
- Miami e il ritiro invisibile del mercato immobilia
- Il ritiro come questione sociale e politica
Per oltre un secolo, la storia urbana contemporanea è stata raccontata attraverso un’idea precisa di progresso: espandere, consolidare, proteggere. Le città hanno avanzato sulle coste, riempito delta fluviali, artificializzato pianure alluvionali e costruito infrastrutture sempre più sofisticate per resistere all’acqua, al vento e alle variazioni climatiche. Oggi, però, questa logica entra progressivamente in crisi. L’innalzamento del livello dei mari, l’intensificazione degli eventi estremi e la crescente vulnerabilità delle infrastrutture urbane stanno imponendo una domanda radicale: e se, in alcuni territori, la soluzione non fosse più difendere la città, ma arretrarla?
È all’interno di questa trasformazione che emerge il concetto di “Urban Managed Retreat”: una strategia pianificata di rilocalizzazione di edifici, infrastrutture e comunità lontano dalle aree ad alto rischio climatico.
Non si tratta di un abbandono improvviso né di una ritirata emergenziale, ma di un processo programmato che tenta di governare l’inevitabilità di alcune trasformazioni territoriali.
Negli ultimi anni, il tema è passato dalla ricerca accademica alle politiche pubbliche. Dalle coste della Louisiana alle comunità oceaniche della Nuova Zelanda, fino ai programmi di adattamento sviluppati nei Paesi Bassi, il managed retreat sta diventando uno dei temi centrali del dibattito urbano contemporaneo. Non perché rappresenti la soluzione ideale, ma perché in molte aree del pianeta la permanenza stessa degli insediamenti sta diventando economicamente, ecologicamente e socialmente insostenibile.
Dal controllo del territorio alla sua trasformazione
Per decenni, l’urbanistica moderna ha affrontato il rischio climatico attraverso infrastrutture difensive: argini, dighe, barriere marine, sistemi di drenaggio e opere di contenimento. Il paradigma era semplice: mantenere stabile il territorio nonostante le trasformazioni ambientali.
L’urban managed retreat introduce invece una logica completamente diversa. Il territorio non viene più considerato come spazio da stabilizzare definitivamente, ma come sistema dinamico con cui negoziare continuamente. In alcune condizioni, la protezione permanente diventa infatti economicamente insostenibile oppure tecnicamente inefficace.
Secondo numerosi studi pubblicati dall’Intergovernmental Panel on Climate Change, molte aree costiere densamente urbanizzate saranno soggette nei prossimi decenni a eventi di flooding sempre più frequenti, erosione accelerata e perdita progressiva di abitabilità. In questo contesto, il retreat non viene interpretato come fallimento della pianificazione, ma come nuova forma di adattamento territoriale.
Il passaggio è culturale prima ancora che tecnico. Significa accettare che alcune parti della città contemporanea potrebbero non essere più permanenti. E significa ridefinire il rapporto stesso tra urbanizzazione e natura: non più opposizione frontale, ma adattamento progressivo.
La Louisiana e la rilocalizzazione climatica di Isle de Jean Charles
Tra i casi più studiati di managed retreat contemporaneo c’è quello di Isle de Jean Charles, una stretta lingua di terra nel delta costiero della Louisiana abitata storicamente da membri della tribù Biloxi-Chitimacha-Choctaw. Il caso è diventato emblematico non soltanto per la vulnerabilità climatica del territorio, ma perché rappresenta uno dei primi programmi federali statunitensi di rilocalizzazione pianificata legata al cambiamento climatico.
Secondo i dati riportati in diversi studi e documenti governativi, negli ultimi decenni l’isola ha perso gran parte della propria superficie originaria a causa della combinazione di subsidenza del terreno, erosione costiera, uragani e innalzamento del livello del mare. Un territorio che in passato comprendeva oltre 22.000 acri si è progressivamente ridotto a poche centinaia di acri abitabili.
L’unica strada di collegamento con la terraferma, Island Road, viene frequentemente sommersa durante mareggiate e tempeste tropicali, rendendo l’accessibilità sempre più precaria. Dopo gli uragani Katrina e Rita, la vulnerabilità della comunità è diventata strutturale.
Nel 2016 il Dipartimento statunitense per l’Housing and Urban Development (HUD) ha finanziato il progetto di rilocalizzazione attraverso il National Disaster Resilience Competition, stanziando fondi per trasferire progressivamente gli abitanti in un nuovo insediamento più sicuro nell’entroterra della Louisiana.
L’aspetto più interessante del progetto è che non si trattava semplicemente di costruire nuove abitazioni. Il programma prevedeva spazi comunitari, infrastrutture condivise e la possibilità di preservare reti sociali e culturali della comunità originaria. Proprio questa dimensione culturale ha reso il caso estremamente complesso: il ritiro non riguardava soltanto l’abbandono di edifici vulnerabili, ma il distacco da un territorio ancestrale profondamente legato all’identità collettiva della popolazione residente.
Per molti studiosi, Isle de Jean Charles rappresenta il passaggio simbolico da una gestione emergenziale del rischio climatico a una pianificazione della ritirata territoriale come politica pubblica strutturale.
Staten Island e il programma NY Rising Buyout
Dopo l’uragano Sandy del 2012, New York City è diventata uno dei principali laboratori urbani sul tema dell’adattamento climatico costiero. In particolare, alcune aree di Staten Island gravemente colpite dalle ondate di tempesta sono state inserite all’interno del programma “NY Rising Buyout”.
Il meccanismo era relativamente semplice, ma urbanisticamente radicale: lo Stato acquistava volontariamente abitazioni localizzate nelle aree ad altissimo rischio di inondazione, demoliva gli edifici e impediva future urbanizzazioni sugli stessi terreni. L’obiettivo non era soltanto ridurre il danno economico dei futuri eventi estremi, ma restituire spazio ecologico alle aree costiere.
In quartieri come Oakwood Beach, numerosi residenti accettarono di vendere dopo Sandy, anche perché le continue inondazioni avevano reso economicamente e psicologicamente insostenibile la permanenza. L’area è stata progressivamente trasformata in buffer naturale e spazio permeabile capace di assorbire future esondazioni.
Il caso newyorkese è importante perché introduce una logica selettiva del ritiro programmato urbano: non tutta la città viene arretrata, ma soltanto alcune porzioni considerate troppo vulnerabili rispetto ai costi di protezione infrastrutturale. Parallelamente, altre zone di Manhattan e Brooklyn sono state invece difese attraverso enormi investimenti in barriere e infrastrutture climatiche.
Questo approccio differenziato mostra come il ritiro gestito contemporaneo non funzioni come modello uniforme, ma come strategia territoriale multilivello, in cui protezione, adattamento e rilocalizzazione convivono all’interno della stessa area metropolitana.
I Paesi Bassi e il programma “Room for the River”
Nei Paesi Bassi il rapporto con il rischio idraulico viene affrontato da decenni attraverso una logica molto diversa rispetto alla tradizionale ingegneria difensiva. Il programma “Room for the River”, sviluppato dopo le grandi piene degli anni Novanta, rappresenta uno dei casi più avanzati di trasformazione territoriale adattiva al mondo.
Dopo le gravi alluvioni del 1993 e del 1995 — che portarono anche all’evacuazione preventiva di circa 250.000 persone — il governo olandese comprese che il continuo rialzo degli argini non sarebbe stato sufficiente nel lungo periodo.
Il programma introdusse quindi un principio opposto: invece di comprimere i fiumi entro infrastrutture sempre più rigide, bisognava restituire spazio all’acqua.
Tra il 2006 e il 2015 furono sviluppati oltre 30 interventi lungo Reno, Mosa, Waal e IJssel. Le strategie includevano arretramento degli argini, abbassamento delle pianure alluvionali, creazione di canali di bypass, rimozione di ostacoli artificiali e trasformazione controllata del territorio agricolo e urbano.
L’aspetto più innovativo del modello olandese è che il ritiro non viene trattato come misura emergenziale, ma come progetto spaziale integrato. Il programma non si limita a ridurre il rischio idraulico: ridefinisce paesaggio, ecologia, spazio pubblico e pianificazione urbana come parte di un unico sistema territoriale.
Jakarta e il collasso della città costiera
Tra tutte le grandi metropoli contemporanee, Jakarta è probabilmente uno dei casi più estremi di vulnerabilità urbana legata alla combinazione tra cambiamento climatico, pressione demografica e trasformazioni territoriali incontrollate. Qui il tema dell’adattamento non riguarda soltanto il rischio di eventi futuri, ma una crisi già in corso che coinvolge infrastrutture, abitabilità e continuità stessa della città.
L’area metropolitana di Jakarta ospita oltre trenta milioni di abitanti nella regione metropolitana di Jabodetabek ed è costruita in larga parte su un territorio estremamente fragile: una pianura costiera attraversata da tredici fiumi e caratterizzata da vaste aree storicamente paludose e alluvionali. La crescita urbana accelerata degli ultimi decenni ha progressivamente impermeabilizzato il suolo, ridotto la capacità di drenaggio naturale e aumentato l’esposizione alle inondazioni stagionali.
Tuttavia, il problema più critico è rappresentato dalla subsidenza del terreno. In molte aree settentrionali della città il suolo sta sprofondando rapidamente a causa dell’estrazione massiccia di acqua di falda utilizzata da edifici, industrie e quartieri privi di accesso stabile alla rete idrica pubblica.
Secondo diversi studi scientifici e dati governativi, alcune zone del nord Jakarta hanno registrato tassi di subsidenza superiori ai 20-25 centimetri all’anno nei periodi più critici. Questo fenomeno rende la città particolarmente vulnerabile perché l’abbassamento del terreno avviene molto più velocemente rispetto all’innalzamento globale del livello del mare.
La combinazione tra subsidenza e innalzamento del livello del mare produce così una situazione unica: interi quartieri costieri si trovano progressivamente sotto il livello del mare e dipendono sempre più da sistemi artificiali di pompaggio e arginatura per evitare allagamenti permanenti.
Uno dei progetti più discussi degli ultimi anni è stato il “National Capital Integrated Coastal Development” (NCICD), enorme piano infrastrutturale sviluppato per proteggere Jakarta attraverso una gigantesca diga costiera offshore e una rete integrata di infrastrutture idrauliche. Il progetto — spesso associato al cosiddetto “Great Garuda”, per la forma simbolica della barriera marina — prevedeva la costruzione di un sistema di protezione capace di ridurre il rischio di inondazioni marine e stabilizzare il waterfront settentrionale della città.
Tuttavia, il progetto ha generato forti critiche da parte di urbanisti, ambientalisti e comunità locali. Molti studiosi hanno evidenziato come una soluzione esclusivamente infrastrutturale rischiasse di affrontare gli effetti senza risolvere le cause profonde della crisi urbana: sovrasfruttamento delle falde, crescita incontrollata, disuguaglianze infrastrutturali e pressione immobiliare costiera.
È all’interno di questo contesto che va interpretata anche la decisione del governo indonesiano di trasferire la capitale amministrativa verso Nusantara, nel Borneo orientale. Sebbene il progetto sia motivato da molteplici fattori (decongestionamento urbano, riequilibrio territoriale e sviluppo economico nazionale) la fragilità ambientale di Jakarta rappresenta uno degli elementi centrali della discussione pubblica sul futuro della città.
Il trasferimento della capitale non implica l’abbandono immediato di Jakarta, che continuerà a essere il principale centro economico del paese, ma introduce una questione fondamentale nel dibattito contemporaneo sulla’urbanizzazione climatica: cosa accade quando una metropoli globale entra in una condizione di vulnerabilità strutturale permanente?
Jakarta rappresenta infatti un caso paradigmatico perché mostra il limite di molte strategie urbane novecentesche basate sull’espansione continua e sul controllo tecnico del territorio. Qui la crisi climatica non appare come evento futuro, ma come condizione urbana già operativa.
Per questo motivo, la città è diventata uno dei principali laboratori internazionali sul rapporto tra adattamento climatico, infrastrutture idrauliche e ritiro urbano gestito. Anche se il termine “retreat” viene raramente utilizzato ufficialmente nel contesto indonesiano, numerosi urbanisti leggono la rilocalizzazione progressiva delle funzioni amministrative dello Stato come una forma indiretta di arretramento strategico rispetto a un territorio considerato sempre più fragile.
Miami e il ritiro invisibile del mercato immobiliare
Anche Miami è oggi uno dei principali osservatori globali sul rapporto tra mercato immobiliare e ritiro climatico. Qui il problema non riguarda soltanto gli eventi estremi, ma il cosiddetto “sunny day flooding”: allagamenti ricorrenti causati dall’innalzamento del mare anche in assenza di tempeste.
Negli ultimi anni la città ha investito miliardi di dollari in pompe idrauliche, rialzo delle strade e infrastrutture di adattamento. Tuttavia, molti studi evidenziano come alcune aree particolarmente vulnerabili potrebbero diventare progressivamente difficili da assicurare o economicamente insostenibili.
Questo sta producendo un fenomeno definito da alcuni analisti “climate gentrification”: le aree più elevate dell’entroterra stanno acquisendo valore immobiliare crescente, mentre le zone costiere più esposte iniziano lentamente a perdere attrattività nel lungo periodo.
Nel caso di Miami, il ritiro non appare ancora come politica pubblica dichiarata, ma come trasformazione lenta e differenziale del mercato urbano. È una forma più invisibile, ma potenzialmente molto diffusa di managed retreat contemporaneo: non imposto direttamente dallo Stato, ma generato progressivamente dall’economia assicurativa, immobiliare e infrastrutturale.
Il ritiro come questione sociale e politica
Il ritiro gestito non è però soltanto una questione ambientale o urbanistica. È soprattutto un problema politico e sociale. Chi decide quali territori abbandonare? Chi viene protetto e chi no? Quali comunità hanno accesso alle risorse necessarie per trasferirsi?
Molti studiosi sottolineano il rischio che produca nuove forme di disuguaglianza climatica. Le aree economicamente più forti potrebbero continuare a essere protette attraverso infrastrutture costose, mentre i territori più vulnerabili e meno ricchi potrebbero essere progressivamente abbandonati.
Per questo motivo richiede strumenti di governance estremamente complessi: compensazioni economiche, partecipazione pubblica, pianificazione a lungo termine e tutela delle comunità coinvolte.
Il tema riguarda quindi non solo l’adattamento fisico delle città, ma anche la ridefinizione dei diritti urbani nell’epoca della crisi climatica.
L’aspetto più radicale del ritiro urbano gestito è forse culturale. Per secoli, l’architettura e l’urbanistica hanno lavorato attorno all’idea di permanenza: costruire significava stabilizzare il territorio e garantire continuità nel tempo.
Oggi questa certezza si incrina progressivamente. La nuova filosofia introduce l’idea che alcune parti della città contemporanea possano diventare temporanee, reversibili o mobili. Non più infrastrutture definitive, ma sistemi adattivi capaci di trasformarsi insieme alle condizioni ambientali.





















