- INFO POINT
- Di Nunzio Manfredi
- Stato: Edificio concluso
La casa che trasloca
Edilizia Residenziale- Una casa progettata per sparire senza finire
- Il cantiere diventa un manuale di smontaggio
- La misura del legno diventa grammatica del riuso
- Una sezione attraversata da luce e vento
- Abitare significa modificare il microclima
- Permanere cambiando: una sensibilità profondamente
- Dalla casa-prototipo a una questione europea
- La durata non coincide più con l'immobilità
Ci sono edifici progettati per durare e altri che, ancora prima di essere costruiti, conoscono già la possibilità della propria scomparsa. Circularity Cabin appartiene a questa seconda categoria, ma rovescia il problema: se il luogo non è permanente, perché dovrebbe esserlo il rapporto tra costruzione e materia?
A Zushi, nella prefettura di Kanagawa, tyfa / Takaaki Fuji + Yuko Fuji Architecture, insieme ad AREANO, ha trasformato il vincolo di un futuro ampliamento stradale in un esperimento radicale sulla reversibilità. La casa, completata nel 2024, sviluppa 59,62 m² su due livelli e può essere smontata, trasferita e ricostruita attraverso componenti in gran parte standardizzati. Non è dunque una piccola abitazione “provvisoria”, ma un edificio che tenta di separare la durata dell’architettura dalla permanenza del suo indirizzo.
È qui che il progetto diventa interessante: la circolarità non è aggiunta come prestazione ambientale a una forma già definita, ma entra direttamente nel disegno della struttura, dei giunti, della sezione e perfino del modo in cui gli abitanti partecipano al clima interno.
Una casa progettata per sparire senza finire
Il lotto si trova lungo una strada destinata, almeno potenzialmente, a essere ampliata. Se il piano verrà attuato, una parte consistente del terreno sarà sottratta alla casa e l'edificio dovrà essere rimosso prima di raggiungere la fine della propria vita tecnica. È una condizione urbanistica apparentemente marginale, ma in realtà mette a nudo uno dei paradossi dell'architettura contemporanea: costruiamo oggetti destinati a durare decenni con sistemi che spesso rendono costosa, distruttiva e irreversibile ogni trasformazione. Circularity Cabin assume invece la demolizione futura come dato di progetto.
Lo studio definisce l'obiettivo in termini molto chiari: realizzare una casa in legno facilmente smontabile e ricostruibile, i cui elementi possano continuare a esistere anche qualora l'edificio non venga rimontato altrove. La struttura diventa così un deposito temporaneo di componenti, non il loro destino definitivo.
Tyfa sintetizza questa posizione parlando di “democratizzazione della tecnologia e circolarità dei materiali”: un'espressione che sposta la sostenibilità dal dominio delle certificazioni a quello della comprensibilità costruttiva. Se un edificio può essere letto, riparato e smontato senza strumenti eccezionali, la sua durata non dipende più soltanto dall'integrità dell'insieme.
Il cantiere diventa un manuale di smontaggio
La reversibilità nasce dalla scelta di ridurre al minimo la specializzazione dei componenti. Il telaio utilizza sezioni di legno reperibili nella normale distribuzione giapponese: pilastri quadrati da 105 mm, travi e montanti da 45 × 105 mm, elementi secondari da 45 mm. Il principio è quasi anti-iconico: non inventare un pezzo speciale quando può funzionare un elemento comune. Le lavorazioni sono limitate essenzialmente al taglio e alla foratura; i collegamenti ricorrono a bulloni e viti, evitando per quanto possibile giunzioni che renderebbero distruttiva la separazione dei pezzi.
Questa semplicità produce una conseguenza spaziale precisa. Struttura e connessioni restano in larga parte visibili, facendo dell'interno una sorta di assonometria abitabile. Il sistema costruttivo non viene nascosto da una seconda architettura di rivestimenti, controsoffitti e intercapedini: è leggibile. La scala centrale, per esempio, usa gradini lignei sostenuti da elementi metallici imbullonati alla struttura; anche il rivestimento esterno in tavole di cipresso sawara è concepito per poter essere progressivamente rimosso. La possibilità di disassemblare non è quindi limitata al telaio primario, ma cerca continuità tra struttura, involucro e finiture.
Rendere accessibile il tempo dell’edificio
In questa logica la manutenzione cambia statuto. Tecture parla esplicitamente di “right to repair”, diritto alla riparazione: non perché ogni abitante debba trasformarsi in carpentiere, ma perché l'edificio evita di rendere opaco ciò che prima o poi richiederà intervento. La casa non promette di non invecchiare; promette di rendere il proprio invecchiamento accessibile.
La misura del legno diventa grammatica del riuso
Alla base del progetto c'è una maglia di 1,82 × 1,82 m che organizza il volume e i punti principali della struttura. I progettisti collegano questa scelta al rapporto d'argento, 1:√2, circa 1:1,414, indicato nella cultura progettuale giapponese anche come yamato ratio. Tecture ricorda come questa proporzione sia stata associata a esempi storici dell'architettura nipponica e come la sua logica geometrica si leghi anche al principio del mottainai, l'avversione allo spreco: il rapporto emerge nel modo in cui da una sezione circolare si possono ricavare elementi quadrati limitando la materia inutilizzata.
Il punto più interessante non è però stabilire una genealogia estetica tra tradizione e contemporaneità. È osservare come una proporzione venga convertita in disciplina materiale. Standardizzare sezioni e interassi significa aumentare la possibilità che i pezzi abbiano una seconda vita, dentro la stessa casa o altrove. Un elemento eccessivamente sagomato contiene molta informazione specifica sul luogo per cui è stato prodotto; un listello o una trave di misura comune conserva invece un grado maggiore di indeterminatezza. Può cambiare funzione.
È una forma di progetto per sottrazione: meno lavorazione, meno unicità del componente, più possibilità futura. La ricchezza architettonica viene quindi cercata non nella moltiplicazione delle eccezioni costruttive, ma nel modo in cui elementi ordinari possono generare un ambiente complesso. In questo senso Circularity Cabin mette in discussione l'idea che precisione progettuale e specializzazione debbano necessariamente coincidere.
Una sezione attraversata da luce e vento
La circolarità materiale non esaurisce il progetto. Zushi si trova in una particolare condizione geografica, tra rilievi e mare, all'interno di una morfologia valliva che in Giappone viene indicata con il termine yato. Qui il regime delle brezze cambia tra giorno e notte. I progettisti hanno utilizzato analisi ambientali per orientare tre aperture alte che emergono dal volume ligneo e intercettano direzioni differenti del vento, mentre il fronte maggiormente esposto alla strada mantiene un carattere relativamente chiuso.
La vera invenzione è però nella sezione. Il piano superiore non funziona come un diaframma pieno che separa nettamente i due livelli: una fitta orditura di elementi lignei quadrati forma un pavimento a listelli, strutturalmente attivo ma permeabile a luce e aria. Le aperture alte introducono la ventilazione nella parte superiore dell'edificio; il solaio filtrante permette che il movimento dell'aria e la luce proseguano verso il piano terreno. La casa si comporta meno come la sovrapposizione di due piani e più come un unico volume atmosferico articolato su quote differenti.
In soli 59,62 m² questa continuità evita che la compattezza si trasformi in chiusura. Le ombre dei listelli si muovono sulle superfici inferiori, le visuali attraversano la struttura e perfino una finestra può collocarsi in una quota intermedia rispetto ai due livelli convenzionali. Il dettaglio tecnico smette così di essere un problema esclusivamente strutturale e diventa produttore di esperienza.
Abitare significa modificare il microclima
Il solaio aperto introduce anche una conseguenza meno evidente: gli oggetti degli abitanti partecipano al comportamento ambientale della casa. Spostare un letto, una scaffalatura o altri arredi al piano superiore modifica in parte la quantità di luce che attraversa la griglia e il percorso dell'aria. Tecture definisce questa strategia “Furniturescape System”: un sistema in cui la disposizione stagionale degli arredi contribuisce a regolare il microclima interno.
È un passaggio significativo, perché rifiuta l'idea di comfort come valore fisso prodotto esclusivamente dagli impianti. I progettisti dichiarano di aver utilizzato anche analisi legate al PMV, l'indice che stima la sensazione termica media degli occupanti, ma il risultato non è una casa dominata dalla tecnologia visibile. Al contrario, la simulazione serve a costruire condizioni nelle quali l'abitante possa intervenire con gesti semplici. Come spiegano Takaaki Fuji e Kota Toriumi, gli abitanti non sono soltanto “occupanti”, ma “partecipanti” alla costruzione dell'ambiente.
Questo non significa rinunciare alle prestazioni dell'involucro. Secondo i dati pubblicati dai progettisti attraverso Tecture, la casa raggiunge lo standard HEAT20 G2, associato al grado di isolamento 6 nella classificazione riportata per il progetto. Il tema è piuttosto l'equilibrio fra prestazione dell'involucro, ventilazione naturale e comportamento. L'architettura non sostituisce l'abitante con l'automazione: gli restituisce una quota di controllo.
Permanere cambiando: una sensibilità profondamente giapponese
Sarebbe semplicistico presentare Circularity Cabin come traduzione contemporanea di una tradizione millenaria. Eppure il progetto entra inevitabilmente in risonanza con una cultura architettonica che ha spesso separato la permanenza della forma dalla permanenza della materia. Il caso più noto è quello dell'Ise Jingu, dove i principali edifici sacri vengono ricostruiti ciclicamente. La Japan National Tourism Organization ricorda che la ricostruzione rituale avviene ogni vent'anni e che la pratica risale al VII secolo; UNESCO osserva, parlando della tradizione di rinnovo dei santuari giapponesi, come l'autenticità possa risiedere nel sito, nel disegno, nei materiali e nella funzione oltre che nell'età fisica dei singoli componenti.
La distanza tra un santuario shintoista e una casa di 60 m² è ovviamente enorme. Eppure la domanda sottostante è sorprendentemente vicina: che cosa deve rimanere perché un'architettura continui a essere se stessa? La materia? La configurazione? Il sapere capace di ricostruirla? Circularity Cabin risponde in maniera laica e domestica: può rimanere il sistema di relazioni che permette ai componenti di essere nuovamente montati, riparati, reinterpretati.
Anche la scelta di mostrare giunti, sezioni e logica del telaio assume allora un valore culturale. L'edificio conserva il proprio sapere tecnico sulla superficie, anziché seppellirlo dietro finiture difficili da decodificare. La memoria della costruzione non è affidata soltanto a disegni e manuali, ma alla costruzione stessa.
Dalla casa-prototipo a una questione europea
Il valore di Circularity Cabin supera il caso giapponese perché intercetta una trasformazione più ampia del modo in cui si valuta la sostenibilità degli edifici. Level(s), il quadro sviluppato dalla Commissione europea per la valutazione delle prestazioni ambientali del costruito lungo il ciclo di vita, include fra gli aspetti della circolarità proprio la progettazione per l'adattabilità e quella per la decostruzione. È un cambio di prospettiva importante: non basta ridurre i consumi durante l'uso se, a fine vita, materiali ancora validi sono inseparabili o perdono valore durante la demolizione.
In questa prospettiva la piccola casa di Zushi può essere letta come un prototipo costruito di design for disassembly. La sua forza non risiede nell'aver risolto ogni problema. Trasferire un edificio comporta comunque costi, logistica, nuove fondazioni, verifiche normative e adattamenti al sito; la standardizzazione delle parti non elimina questi passaggi. Ma il progetto rende possibile ciò che la costruzione convenzionale tende spesso a escludere a priori.
Anche la Commissione europea, nei documenti dedicati ai principi di economia circolare applicati agli edifici, mette in relazione durabilità, adattabilità, riduzione dei rifiuti e mantenimento del valore dei materiali. Circularity Cabin porta questi concetti a una scala quasi domestica: bulloni invece di connessioni irreversibili, sezioni commerciali invece di componenti iper-specializzati, elementi trasportabili manualmente invece di pezzi indissolubilmente legati a un'unica costruzione. La radicalità sta nella normalità degli strumenti.
La durata non coincide più con l'immobilità
Il paradosso finale di Circularity Cabin è che una casa progettata per poter essere smontata appare, proprio per questo, più interessata alla durata di molte architetture che rivendicano la permanenza. Non alla durata dell'oggetto nella sua configurazione attuale, ma a quella del legno, dei componenti, della conoscenza e della possibilità d'uso.
Tyfa sottolinea che “il vero inizio di un edificio è quando viene completato”. È una frase che descrive bene questa architettura. Il completamento non chiude il progetto: inaugura una sequenza di trasformazioni previste ma non determinate. La casa potrà restare dove si trova, essere smontata e ricostruita altrove oppure diventare una riserva di elementi per altri edifici. Il futuro non viene disegnato in anticipo nella sua forma, ma reso tecnicamente praticabile.
Forse è questa la lezione più importante del progetto. L'architettura circolare non coincide necessariamente con un'estetica del riciclato, né con la spettacolarizzazione del materiale recuperato. Può essere, più radicalmente, un'architettura che rinuncia a possedere per sempre i propri componenti. Circularity Cabin non chiede al legno di restare casa per l'eternità. Gli chiede di poter continuare a essere utile.
























