- INFO POINT
- Di Aurelio Coppi
- Stato: Edificio concluso
Il riciclo che vuol essere visibile
Edilizia Industriale- L’infrastruttura industriale diventa spazio pubbli
- Ellissi, terrazze e percorsi: la forma del TCC DAK
- Co-processing e gassificazione: i rifiuti diventan
- UHPC e alluminio perforato: l’involucro unisce mat
- Calcestruzzo, acciaio e nove livelli: la struttura
- Fotovoltaico, acqua e ventilazione: le strategie a
- Felci, sementi e paesaggio: biodiversità e infrast
- Mostrare ciò che si di solito si nascondeva; tratt
“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni”, scriveva Italo Calvino ne Le città invisibili, immaginando una società che misura la propria prosperità anche attraverso ciò che espelle. Mezzo secolo dopo, il problema non è più soltanto dove finisca ciò che consumiamo, ma se l’infrastruttura destinata a trattarlo debba continuare a rimanere fuori dallo sguardo collettivo.
Sulla costa orientale di Taiwan, a Heping Village nella contea di Hualien, KPF ribalta questa consuetudine con il TCC DAKA Renewable Resource Recycling Center: completato nel 2025, occupa 6.500 metri quadrati e si sviluppa su nove livelli avvolgendo un impianto per il recupero dei rifiuti con spazi pubblici, percorsi, giardini, aree espositive e luoghi per la conservazione botanica.
Tra il Pacifico, la catena montuosa e il cementificio TCC, l’architettura non prova a cancellare l’industria, ma a renderla comprensibile. Il tema è tanto formale quanto politico: trasformare un processo normalmente respinto ai margini in un’esperienza visibile, e fare della fabbrica un luogo nel quale produzione, educazione e paesaggio possano finalmente appartenere allo stesso racconto.
L’infrastruttura industriale diventa spazio pubblico tra cementificio, costa e montagne
Il TCC DAKA RRRC è la prima fase del più ampio masterplan di Hoping e occupa una posizione di soglia tra il parco aperto al pubblico e l’area industriale. Questo ruolo intermedio determina l’intero progetto. KPF evita sia il mimetismo paesaggistico sia la retorica della macchina spettacolare: il centro mantiene il confronto con le grandi presenze del cementificio — silos cilindrici, torri, strutture metalliche esposte — ma le rielabora attraverso una composizione di ovali sovrapposti, piani arretrati e terrazze continue.
Il basamento concavo si apre verso l’arrivo e accompagna il visitatore all’interno, mentre le quote superiori si assottigliano e liberano superfici esterne affacciate sul mare e sulle montagne. La massa industriale viene così scomposta in una sequenza ascendente di bordi abitabili. Una scala esterna larga e attrezzata come spazio di sosta conduce verso una terrazza sopraelevata, mentre una torre cilindrica per gli ascensori collega i nove livelli e introduce un contrappunto verticale alla prevalente orizzontalità del sistema.
L’effetto non è quello di un involucro applicato alla fabbrica, ma di una nuova topografia che avvolge il nucleo tecnico senza negarne l’esistenza. È qui che il progetto trova la propria misura: non nascondere l’infrastruttura, ma costruirle intorno una distanza civile, fatta di percorsi, luce, vegetazione e punti di osservazione.
Ellissi, terrazze e percorsi: la forma del TCC DAKA costruisce una nuova topografia attorno al cuore produttivo
La forma ellittica non è soltanto un espediente iconico. Serve a organizzare un programma ibrido nel quale aree industriali, cultura, educazione ambientale e tempo libero devono convivere senza interferire con i requisiti di sicurezza dell’impianto. Gli spazi pubblici si dispongono come una fascia che avvolge il volume tecnico e consentono al visitatore di percepire il processo produttivo da vicino senza entrare nelle zone operative.
Ai livelli inferiori trovano posto ambienti di accoglienza e la Nautilus Bibliotheca; salendo compaiono aree per esposizioni e ricerca, un ristorante panoramico, giardini e terrazze. KPF costruisce il percorso come una progressione, alternando interni illuminati naturalmente a spazi esterni e punti di vista sul cementificio. Il visitatore attraversa così tre paesaggi contemporaneamente: quello naturale della costa orientale, quello artificiale dell’industria pesante e quello didattico dell’edificio.
La sovrapposizione delle ellissi permette inoltre di arretrare porzioni della facciata e generare balconi profondi, trasformando il bordo in una zona climatica e sociale. L’architettura evita il corridoio museale lineare e preferisce una circolazione che si avvita attorno al cuore produttivo. Questa continuità restituisce al processo del riciclo una dimensione spaziale: ciò che normalmente avviene dietro recinzioni e pareti cieche diventa il centro attorno al quale si organizzano le funzioni collettive.
Co-processing e gassificazione: i rifiuti diventano combustibili e materie prime nel ciclo produttivo del cemento
Il cuore del complesso resta un’infrastruttura di trattamento. Il sistema combina gassificazione e co-processing ad alta temperatura nei forni del vicino cementificio, trasformando rifiuti urbani e industriali della regione in combustibili e materie prime alternative. Nel ciclo del clinker, la componente energetica dei materiali può sostituire una quota dei combustibili fossili, mentre parte della frazione minerale viene recuperata all’interno del processo produttivo. È una forma di simbiosi industriale resa possibile dalla prossimità fisica tra impianto di recupero e fabbrica di cemento.
La tecnologia sfrutta condizioni proprie dei forni cementieri: il materiale per la produzione del clinker raggiunge temperature intorno ai 1.450 °C, mentre nella zona della fiamma si possono superare i 2.000 °C. In condizioni controllate, temperature e tempi di permanenza consentono di recuperare energia da rifiuti non riciclabili e di incorporarne le componenti minerali nel ciclo produttivo, riducendo il ricorso a combustibili e materie prime vergini.
Il progetto architettonico rende questa relazione leggibile invece di relegarla al solo diagramma tecnico. Finestre, affacci e spazi espositivi permettono di osservare parti del processo. La questione è decisiva: “circolare” non significa rendere il rifiuto immateriale, ma riconoscere che ogni trasformazione richiede macchine, energia, logistica, controllo e spazio. TCC DAKA acquista interesse proprio perché non estetizza il riciclo come gesto astratto; mette il pubblico davanti alla sua infrastruttura.
UHPC e alluminio perforato: l’involucro unisce materiali a basso carbonio, tecnologia e cultura artigianale locale
L’involucro è il punto in cui il discorso sulla circolarità passa dalla macchina all’architettura. Il basamento è rivestito con pannelli prefabbricati in UHPC, un calcestruzzo ad altissime prestazioni sviluppato e prodotto nello stesso stabilimento TCC di Hoping. L’elevata resistenza del materiale consente sezioni più sottili rispetto a elementi convenzionali in calcestruzzo armato e quindi di ridurre quantità di materia, peso e carichi legati alla movimentazione. Per il progetto, il valore più interessante è però la coincidenza tra luogo di produzione e luogo di applicazione: la facciata diventa un prototipo costruito a pochi metri dalla filiera che l’ha generata.
La superficie dei pannelli non è liscia. Una tessitura incassata di linee, triangoli e rombi deriva da motivi geometrici dell’artigianato delle comunità indigene locali. Nel territorio di Xiulin la cultura Truku conserva, in particolare, una forte tradizione della tessitura e del disegno geometrico. KPF traduce questo patrimonio senza trasformarlo in decorazione letterale, ingrandendone il principio fino alla scala dell’involucro.
Ai livelli superiori la massa minerale lascia spazio a schermi in alluminio verniciato, piegati e perforati. Le aperture modulano luce e viste, proteggono le aree espositive e il giardino delle felci e alleggeriscono progressivamente il volume. Dall’UHPC opaco alla pelle metallica filtrante, la materia accompagna la sezione dell’edificio: pesante e terrestre alla base, più porosa man mano che l’architettura sale verso il paesaggio.
Calcestruzzo, acciaio e nove livelli: la struttura rende compatibili industria, spazi pubblici e sicurezza sismica
Dietro la continuità delle curve rimane una costruzione robusta, necessaria per contenere funzioni molto diverse e per rispondere alla forte sismicità di Taiwan. Il complesso utilizza una struttura in calcestruzzo e acciaio, progettata con requisiti di resistenza superiori alle prescrizioni sismiche minime dichiarate per il sito. Nei livelli principali, il sistema portante deve conciliare gli ingombri dell’impianto, le grandi aree espositive e la successione delle terrazze.
La composizione per strati permette di separare gli spazi di processo dai percorsi aperti al pubblico senza trasformare l’edificio in due organismi indipendenti. La torre cilindrica degli ascensori rende esplicita la distribuzione verticale e collega tutti i nove piani, mentre scale e percorsi esterni permettono una lettura più lenta del complesso.
Il risultato è una sezione nella quale la tecnica non scompare: canalizzazioni, volumi industriali, strutture e passerelle rimangono parte del campo visivo. Questa scelta è coerente con l’idea di trasparenza che guida il progetto. Non si tratta di una trasparenza letterale costruita soltanto con il vetro, ma della possibilità di comprendere come le diverse parti dipendano l’una dall’altra.
La struttura sostiene l’involucro, l’involucro costruisce l’ombra, i percorsi proteggono il pubblico e contemporaneamente lo avvicinano alle macchine. La forma organica, in altri termini, non rinnega la logica industriale: la usa come supporto per un’architettura più complessa e accessibile.
Fotovoltaico, acqua e ventilazione: le strategie ambientali riducono consumi e impronta di carbonio del complesso
Le strategie ambientali proseguono oltre il processo di recupero dei rifiuti e lavorano sulla prestazione ordinaria dell’edificio. Sul tetto è installato un impianto fotovoltaico da 346,8 kW che occupa circa il 75% della superficie disponibile. L’acqua meteorica viene raccolta in copertura e riutilizzata per l’irrigazione, integrata da sistemi di ritenzione nel verde e da sensori di umidità che regolano automaticamente l’apporto idrico.
Nei percorsi esterni il calcestruzzo permeabile, realizzato utilizzando anche materiali provenienti dal recupero di scarti di costruzione, favorisce l’infiltrazione dell’acqua e contribuisce alla gestione degli eventi meteorici intensi. Sul fronte impiantistico, la quantità di aria esterna viene regolata in funzione della concentrazione di CO2 negli ambienti, affiancata da sistemi di recupero del calore. Impianti VAV e circuiti idronici a portata variabile modulano invece la climatizzazione in relazione alla domanda effettiva. Illuminazione LED e lucernari contribuiscono a ridurre ulteriormente i carichi.
Un sistema ambientale integrato
Il dato significativo è che nessuno di questi dispositivi viene presentato come tecnologia salvifica isolata: fotovoltaico, acqua, ventilazione, ombra e permeabilità lavorano in parallelo. Le valutazioni ambientali del progetto indicano una riduzione del 23,5% dell’impronta di carbonio nell’arco di un ciclo di vita di sessant’anni rispetto a costruzioni comparabili, mentre il centro ha raggiunto il livello Diamond nei sistemi taiwanesi Green Building e Low-Carbon Building BCFd.
Felci, sementi e paesaggio: biodiversità e infrastruttura industriale convivono sulla costa orientale di Taiwan
La parte più inattesa del programma è forse quella biologica. Il centro comprende un giardino dedicato alle felci, incluse specie rare o minacciate, e si lega al più ampio programma di conservazione botanica sviluppato nel campus. In un edificio nato attorno al trattamento dei rifiuti, la presenza di organismi fragili costruisce un cortocircuito intenzionale: accanto a processi termici, calcestruzzo e strutture industriali compaiono ambienti che richiedono ombra, umidità e un controllo delicato delle condizioni microclimatiche.
Le piantumazioni native continuano sulle terrazze e nel parco, rendendo il paesaggio una componente del percorso e non un semplice dispositivo compensativo. Anche la posizione geografica rafforza questo contrasto. Heping si trova stretto tra Pacifico e rilievi, in un territorio dove infrastrutture portuali, cementificio e sistemi naturali convivono a distanza ravvicinata.
KPF assume questa condizione come materia progettuale e rinuncia all’idea che l’architettura sostenibile debba necessariamente apparire “naturale”. Le grandi masse industriali restano visibili; il verde le attraversa, le affianca e in alcuni punti le occupa. È un approccio più interessante della semplice mimetizzazione perché accetta il conflitto tra produzione e ambiente e prova a trasformarlo in relazione.
La biodiversità non cancella la fabbrica. La costringe, piuttosto, a condividere lo stesso spazio fisico e simbolico con ciò che deve essere protetto.
Mostrare ciò che si di solito si nascondeva; trattamento dei rifiuti come esperienza pubblica e culturale
La vera radicalità del TCC DAKA RRRC risiede infine nella scelta di rendere pubblico ciò che l’urbanizzazione moderna tende a espellere. Discariche, depuratori, termovalorizzatori e impianti di trattamento sono indispensabili alla vita delle città ma rimangono quasi sempre fuori dal loro immaginario. Qui, al contrario, l’infrastruttura viene affiancata da una biblioteca, spazi espositivi, ristorazione, terrazze, laboratori e percorsi educativi.
Il progetto non rende innocuo il tema dei rifiuti: lo rende visibile. È una distinzione importante, perché l’architettura non può risolvere da sola la questione ambientale, ma può modificare il rapporto culturale tra una comunità e i processi materiali che la sostengono.
Il masterplan previsto per Hoping amplia questa strategia attraverso un parco pubblico, un anfiteatro, il Water Garden, spazi commerciali e nuove infrastrutture dedicate alla cattura del carbonio e alla conservazione ecologica. Il RRRC ne costituisce il primo dispositivo costruito e stabilisce la grammatica dell’intervento: industria e spazio civico non come mondi separati, ma come sistemi da mettere in tensione.
Calvino immaginava Leonia circondata dalle “spazzature d’ieri”; KPF prova a compiere il gesto opposto, riportando lo scarto dentro il campo della conoscenza. Non è la fine del problema, naturalmente. Ma è il passaggio da una cultura dell’occultamento a una cultura della responsabilità visibile.




























