- INFO POINT
- Di Ernesto Logatto
- Stato: Edificio concluso
Un toroide per il futuro
Edilizia Scolastica- Tianfu Fusion Technology Research Center: a Chengd
- Dal tokamak alla pianta anulare: il cerchio organi
- Il Light Funnel al centro: cavi pretesi, membrana
- Facciata e balconi continui: vetro serigrafato, om
- Acqua, fotovoltaico e paesaggio: le strategie ambi
- Il campus come paesaggio scientifico: mensa, acqua
Ci sono architetture che rappresentano il potere e altre che provano a rappresentare il futuro. Il Tianfu Fusion Technology Research Center appartiene alla seconda categoria: non celebra una tecnologia già acquisita, ma costruisce uno spazio attorno a una promessa scientifica ancora in divenire, quella della fusione nucleare controllata.
A Chengdu, nella Science City della Tianfu New Area, il nuovo centro del Southwest Institute of Physics di China National Nuclear Corporation è stato completato nell’aprile 2026 su progetto di China Southwest Architectural Design and Research Institute, con Liu Yi alla guida del team.
Il centro si inserisce nel programma di ricerca legato a HL-3, uno dei dispositivi chiave nello sviluppo cinese della fusione. Qui l’energia diventa anche un problema di forma: come dare un’immagine a processi invisibili, a campi magnetici e particelle, senza ridurre l’architettura a scenografia tecnologica?
CSWADI risponde con un edificio anulare di 38.000 metri quadrati che assume il cerchio e il toroide come strutture organizzative prima ancora che come simboli. Il risultato è un luogo di lavoro in cui geometria, luce, struttura e paesaggio provano a dare consistenza architettonica a una cultura della ricerca fondata su cooperazione, precisione e fiducia nel progresso.
Tianfu Fusion Technology Research Center: a Chengdu l’architettura dà forma alla ricerca sulla fusione nucleare
La scelta del cerchio non nasce soltanto dall’analogia con il tokamak, la macchina toroidale utilizzata per confinare il plasma attraverso campi magnetici. Nel centro di Tianfu la figura anulare diventa un vero principio tipologico. Il corpo principale misura 100 metri di diametro, si sviluppa su cinque livelli fuori terra e uno interrato e organizza le funzioni secondo una progressione leggibile: al piano terreno trovano posto hall, spazi espositivi e sale riunioni; il secondo livello ospita l’amministrazione; dal terzo al quinto si concentrano i dipartimenti di ricerca.
La pianta polare sostituisce alla sequenza lineare dei corridoi una circolazione continua e riduce le distanze interne, mentre le unità di ricerca si dispongono attorno a un centro comune. È una soluzione funzionale, ma anche un’affermazione sul modo in cui la conoscenza viene prodotta: nessuna testata privilegiata, nessun asse dominante, bensì una comunità organizzata per prossimità e relazione.
I piani dedicati alla ricerca sono suddivisi in quattro grandi unità open space, separate da nuclei di servizio e corti laterali condivise. Qui compaiono aree caffè e scale che collegano visivamente e fisicamente i diversi livelli, introducendo occasioni di incontro informale tra attività che richiedono, al contrario, concentrazione e autonomia.
Oltre la cellula isolata: uno spazio per la ricerca collaborativa
Il progetto prova così a risolvere una contraddizione tipica degli edifici scientifici contemporanei: offrire condizioni di lavoro controllate senza trasformare la ricerca in una sommatoria di cellule isolate. La geometria circolare non serve dunque solo a costruire un’immagine riconoscibile; diventa infrastruttura per la collaborazione.
Dal tokamak alla pianta anulare: il cerchio organizza spazi, percorsi e relazioni tra i ricercatori del centro SWIP
Il punto di massima intensità spaziale è il grande atrio centrale, dove il linguaggio della fisica incontra un riferimento molto più antico: il tianjing, il pozzo di luce della tradizione domestica del Sichuan. CSWADI ne dilata la scala fino a trasformarlo in un dispositivo ambientale alto 33 metri, con una strozzatura minima di circa 20 metri di diametro. Il “Light Funnel” attraversa l’edificio dalla copertura al piano interrato e assume una geometria a doppia curvatura, simile a una clessidra aperta contemporaneamente verso il cielo e verso il suolo.
Al centro, un giardino occupa il fondo dell’atrio; immediatamente sotto si trova una sala multifunzionale circolare, affiancata da un percorso anulare delimitato da pannelli di alluminio perforato. Quattro passerelle disposte radialmente attraversano il vuoto al piano terreno e collegano il giardino con il corpo principale. Il centro geometrico dell’edificio non è quindi occupato da una funzione chiusa, ma da uno spazio collettivo e atmosferico: orienta, distribuisce, introduce luce e rende percepibile la profondità della sezione.
La superficie del funnel è costruita attraverso una rete di cavi pretesi, agganciata superiormente alle travature radiali che sporgono verso l’atrio e fissata inferiormente all’anello del livello interrato. Una membrana in ETFE completa la copertura, filtrando la luce e proteggendo dalla pioggia senza cancellare il carattere semiaperto del cortile. La forma più spettacolare dell’intero complesso nasce quindi da una struttura essenzialmente leggera: non è la massa a costruire l’immagine, ma la tensione. Il gesto simbolico coincide con il comportamento statico del sistema.
Il Light Funnel al centro: cavi pretesi, membrana ETFE, luce naturale e ventilazione disegnano il grande atrio
Nel rapporto tra atrio e copertura si concentra anche una delle interpretazioni più interessanti del progetto. La metafora della fusione non viene affidata soltanto alla forma circolare dell’edificio: è la sezione a mettere in relazione cielo, vegetazione, attività scientifica e sottosuolo. Il Light Funnel porta la luce naturale fino al livello inferiore, mentre il giardino che ne occupa il centro introduce un elemento biologico all’interno di un organismo costruito per la ricerca tecnologica avanzata.
La scelta rimette in discussione l’immagine convenzionale del laboratorio come spazio esclusivamente controllato, isolato dall’ambiente e illuminato artificialmente. A Tianfu la natura non entra evidentemente nei locali dove le condizioni operative richiedono controllo, ma viene resa costantemente percepibile negli spazi di relazione. Luce, acqua, vegetazione e variazioni atmosferiche diventano quindi parte dell’esperienza quotidiana dei ricercatori.
Il riferimento al tianjing è particolarmente significativo perché introduce una continuità culturale in un edificio che, per programma, sembrerebbe destinato a parlare soltanto il linguaggio del futuro. Il tradizionale cortile-lucernario viene reinterpretato attraverso cavi pretesi, membrane polimeriche, ingegneria ambientale e grande scala. Non c’è imitazione della forma storica, ma trasferimento di un principio: utilizzare un vuoto centrale per regolare luce, aria, acqua e vita collettiva.
Tra arcaico e contemporaneo: una diversa idea di futuro
È forse in questo incontro tra arcaico e avanzato che il progetto evita la trappola più comune dell’architettura scientifica rappresentativa. L’idea di futuro non è affidata a una generica estetica “spaziale”, ma alla trasformazione contemporanea di un dispositivo ambientale radicato nella cultura locale.
Facciata e balconi continui: vetro serigrafato, ombra e viste sulle Longquan Mountains costruiscono l’involucro
La geometria circolare della pianta viene tradotta all’esterno in una successione di fasce orizzontali continue. I balconi corrono lungo il perimetro come nastri sovrapposti e svolgono contemporaneamente tre funzioni: costruiscono l’immagine del centro, offrono spazi di pausa all’aperto e proteggono le superfici vetrate dall’irraggiamento diretto. La profondità degli aggetti crea una zona di mediazione climatica tra uffici e paesaggio, stabilizzando le condizioni luminose interne e limitando l’ingresso diretto della radiazione solare.
Il sistema dei parapetti accentua invece l’idea di movimento. Moduli romboidali in vetro smaltato, attraversati da sottili righe orizzontali bianche e accompagnati da montanti inclinati, introducono una torsione percettiva che cambia con il punto di osservazione. Le lastre avanzano e arretrano leggermente, riflettendo cielo e nuvole e sottraendo il grande cilindro alla staticità che una geometria così pura potrebbe produrre.
Nelle ore notturne, sorgenti luminose nascoste dietro le superfici vetrate trasformano le fasce in traiettorie orizzontali. Il riferimento dichiarato è al movimento delle particelle, ma la metafora funziona perché nasce dalla costruzione reale dell’involucro e non da un segno grafico aggiunto.
Il valore delle balconate è però soprattutto spaziale. Dalle aree di lavoro è possibile uscire direttamente verso l’esterno e mantenere una vista continua in direzione delle Longquan Mountains. Il balcone diventa così una seconda soglia dell’ambiente di ricerca: spazio di ombreggiamento, pausa e decompressione. Invece di separare nettamente luogo produttivo e natura, l’involucro costruisce una fascia intermedia abitabile.
Struttura radiale e impianti a vista: la geometria circolare diventa una macchina tecnica per laboratori e uffici
Una pianta anulare di cento metri di diametro potrebbe facilmente trasformarsi in un problema impiantistico. A Tianfu la stessa geometria che determina la forma viene invece sfruttata per razionalizzare struttura e reti tecnologiche. Pilastri e travi seguono una trama radiale che genera campate a settore, mentre nuclei di servizio, servizi igienici e locali tecnici sono distribuiti con regolarità per ridurre i raggi di percorrenza e garantire una copertura omogenea delle diverse aree.
Le dorsali principali degli impianti seguono i corridoi interno ed esterno dell’anello. Da queste linee, le diramazioni risalgono nei campi compresi tra travi principali e secondarie e raggiungono gli ambienti di ricerca. Nei laboratori e negli uffici le reti terminali vengono lasciate in parte visibili e integrate nella maglia delle travi: una soluzione che evita controsoffitti continui, aumenta l’altezza netta degli ambienti e mantiene leggibile il rapporto tra struttura e infrastruttura tecnica.
È un passaggio importante perché ribalta la consueta opposizione tra immagine e prestazione. La complessità tecnologica non viene occultata dietro superfici neutre, ma ordinata dalla stessa regola geometrica che genera l’edificio.
Anche il Light Funnel segue questa logica. La rete tesa, le travature radiali, la membrana e l’anello di ancoraggio coincidono con la forma percepita, senza richiedere un rivestimento che simuli leggerezza o complessità. In un luogo dedicato alla ricerca scientifica, questa chiarezza costruttiva assume quasi un valore programmatico: l’architettura non ha bisogno di applicare un’immagine tecnologica al proprio corpo perché è la tecnologia costruttiva stessa a definirne l’espressione.
Acqua, fotovoltaico e paesaggio: le strategie ambientali integrano ricerca, comfort e natura nel campus di Tianfu
Il Light Funnel è anche il principale dispositivo bioclimatico del complesso. La sua apertura mette in comunicazione il cuore dell’edificio con l’esterno e lavora insieme alle griglie di ventilazione poste nella parte superiore del percorso anulare. Durante la stagione calda, ombreggiamento e differenze di temperatura favoriscono il moto convettivo: l’aria più fresca permane nelle zone inferiori mentre quella più calda tende a risalire, contribuendo alla ventilazione naturale e a contenere il surriscaldamento del cortile.
La superficie di copertura associata al funnel raggiunge circa 3.000 metri quadrati e viene utilizzata anche per intercettare le precipitazioni, convogliate verso un serbatoio interrato. Una volta trattata, l’acqua recuperata può essere riutilizzata per l’irrigazione e per gli scarichi dei servizi igienici. Sul tetto dell’anello principale sono inoltre installati circa 1.800 metri quadrati di pannelli fotovoltaici disposti secondo la geometria circolare; associato all’accumulo, il sistema è dimensionato per contribuire all’alimentazione dell’illuminazione e della climatizzazione delle aree comuni.
Non si tratta quindi di un catalogo di dispositivi ambientali applicati dopo aver definito l’architettura. Acqua, aria e luce partecipano alla sezione fin dall’origine: il vuoto centrale raccoglie le precipitazioni, introduce illuminazione naturale, favorisce la ventilazione e rende visibile il passaggio delle ore attraverso il movimento delle ombre.
Anche le balconate perimetrali fanno parte della stessa strategia, schermando le facciate e costruendo uno spazio intermedio capace di moderare il rapporto tra interno ed esterno. Nei suoi elementi più riusciti, la sostenibilità del Tianfu Fusion Technology Research Center coincide quindi con il suo ordine architettonico: non è un livello aggiuntivo di tecnologia, ma una conseguenza della forma.
Il campus come paesaggio scientifico: mensa, acqua, giardini pensili e percorsi completano l’architettura della ricerca
Il centro non è concepito come un oggetto autonomo. La prima fase del nuovo campus comprende anche una mensa circolare, separata dal corpo principale da uno specchio d’acqua artificiale e collegata attraverso un percorso coperto. Il volume, più basso e disteso, riprende il medesimo lessico geometrico ma lo orienta verso il paesaggio. La cucina è collocata al piano interrato, liberando il livello terreno per una sala da pranzo aperta a 360 gradi verso acqua, vegetazione e montagne.
Il secondo piano arretra e lascia spazio a un giardino pensile continuo. Due rampe pedonali, disposte secondo movimenti opposti, collegano direttamente il terreno alla copertura e trasformano il tetto in una passeggiata. L’edificio di servizio non viene quindi trattato come volume secondario da nascondere, ma come un altro frammento abitabile del paesaggio.
Questa architettura minore chiarisce la logica dell’intero intervento. Il cerchio non viene ripetuto meccanicamente come marchio: assume caratteri differenti a seconda delle funzioni. È più compatto e introverso nel centro di ricerca, più poroso e orizzontale nella mensa. Lo specchio d’acqua, a sua volta, costruisce una distanza tra i due corpi ma anche una relazione visiva, riflettendone le geometrie e rallentando il passaggio da un ambiente all’altro.
In una Science City ancora segnata dalla scala dei grandi lotti e delle nuove infrastrutture, il rischio sarebbe quello di produrre un campus composto da edifici autonomi, semplicemente appoggiati sul terreno. Qui l’identità viene invece affidata a un sistema di acqua, percorsi, giardini, coperture accessibili e visuali.
È forse a questa scala che la metafora della fusione diventa più convincente. Non nell’immagine futuristica del grande anello o nelle traiettorie luminose della facciata, ma nella capacità di tenere insieme dimensioni apparentemente distanti: ricerca e quotidianità, precisione tecnica e paesaggio, concentrazione individuale e vita collettiva. L’architettura del futuro, sembra suggerire Tianfu, non consiste necessariamente nell’inventare forme mai viste, ma nel costruire nuove relazioni tra ciò che la conoscenza separa per poterlo studiare e ciò che la vita continua a chiedere di tenere unito.


























