- INFO POINT
- Di Ernesto Logatto
- Stato: Edificio concluso
Meno soldi, più cultura (un auspicio)
Spazi espositivi e musealiPer quasi un secolo la grande facciata sul Paseo de Pereda ha rappresentato ciò che una banca doveva essere: solida, riconoscibile, autorevole e, soprattutto, protetta. Dietro le finestre allineate e il monumentale arco che scavalca la strada si custodivano denaro, documenti e decisioni destinate a trasformare un istituto regionale in uno dei maggiori gruppi finanziari europei.
Dal settembre 2026 quella stessa architettura prova a significare l’opposto. Con Faro Santander, David Chipperfield Architects apre alla città l’ex sede storica del Banco Santander e converte una macchina costruita per separare interno ed esterno in un luogo dedicato all’incontro. Non si tratta soltanto di inserire gallerie dentro un edificio antico.
Il progetto lavora sulla memoria materiale della banca per modificarne il ruolo urbano: l’arco diventa circolazione, le stanze domestiche diventano sale museali, il tetto diventa terrazza pubblica e ciò che per generazioni poteva essere osservato soprattutto dalla strada viene finalmente attraversato.
“Per generazioni questo edificio è stato conosciuto come una banca ed è stato vissuto dalla città soprattutto dall’esterno”, ha ricordato Chipperfield all’inaugurazione. Oggi, aggiunge, viene reinventato “come luogo di cultura, incontro e accesso pubblico”. È forse in questa inversione, più che in qualsiasi dettaglio formale, che comincia l’architettura di Faro Santander.
Dal 1795 alla grande banca del Novecento: Faro Santander conserva le stratificazioni nascoste dietro una facciata unitaria
L’apparente simmetria del complesso nasconde una storia molto meno ordinata. Le porzioni più antiche risalgono al 1795 e appartenevano originariamente a edifici residenziali separati. Dopo un incendio, parte del complesso fu ricostruita nel 1880; prima dell’arrivo della banca vi trovarono posto anche un albergo e un club nautico. Banco Santander acquisì progressivamente gli immobili e nel 1923 vi insediò la propria sede. Era ancora un’istituzione fortemente radicata in Cantabria, ma proprio dentro quelle stanze sarebbe iniziato il percorso che l’avrebbe trasformata in un gruppo internazionale.
L’immagine oggi riconoscibile appartiene soprattutto alla trasformazione del secondo dopoguerra. Negli anni Cinquanta Javier González de Riancho uniformò i prospetti delle due parti e le collegò attraverso il grande arco sopra Calle Marcelino Sanz de Sautuola. Sopra l’arco quattro figure femminili rappresentano navigazione, commercio, cultura e arti: un programma iconografico che oggi sembra quasi anticipare, involontariamente, la nuova destinazione culturale.
Quella trasformazione aveva però risolto soprattutto l’immagine esterna. Dietro la facciata unitaria sopravvivevano quote differenti, stanze nate per usi domestici, ambienti direzionali, corridoi e strutture appartenenti a epoche diverse. Il problema di Chipperfield non consisteva dunque nel proteggere un organismo storicamente puro, perché quell’organismo non era mai esistito. Si trattava piuttosto di capire quali strati della sua storia avessero ancora significato.
Conservare senza congelare: Chipperfield interviene sull’edificio storico distinguendo la memoria dall’imitazione del passato
La trasformazione di Faro Santander appartiene a una linea di ricerca che attraversa gran parte dell’opera di David Chipperfield: intervenire sul patrimonio senza trasformare la conservazione in immobilità. Dal Neues Museum di Berlino alle Procuratie Vecchie di Venezia, la permanenza dell’edificio non coincide con il ritorno a un ipotetico stato originario. L’architettura viene invece considerata come una struttura capace di accumulare tempo.
A Santander questo principio assume una condizione specifica. Le facciate storiche vengono restaurate, insieme alle 107 finestre originali e alle sculture della copertura, mentre dietro di esse l’organizzazione interna viene profondamente modificata per accogliere funzioni museali incompatibili con la precedente frammentazione. Pavimenti lignei, marmo e altri materiali recuperati dagli interni sono reimpiegati nei nuovi ambienti, evitando che il passato venga ridotto a una pelle conservata intorno a un edificio completamente nuovo.
Le aggiunte contemporanee rinunciano deliberatamente alla mimesi. La nuova struttura all’interno dell’arco e il padiglione sul tetto sono realizzati come elementi leggeri in acciaio, capaci di dichiarare la propria appartenenza a un altro tempo. Una grande scala elicoidale in calcestruzzo faccia a vista introduce invece il sistema di circolazione e stabilisce, già dall’ingresso, un rapporto più materico con il corpo storico. Le finiture sono state verificate attraverso numerosi mock-up in scala reale, segno di un progetto nel quale la trasformazione non cerca l’effetto di contrasto ma una precisione quasi archeologica delle relazioni tra vecchio e nuovo.
“Cambiare l’uso dell’edificio è un atto di generosità e lungimiranza”, afferma Chipperfield, perché riconosce alle istituzioni culturali un ruolo che supera quello di custodi dell’arte: possono diventare “protagoniste attive della vita civica”. La frase chiarisce che il vero oggetto del restauro non è soltanto la materia. È il rapporto tra edificio e città.
L’arco smette di dividere: il simbolo istituzionale della banca diventa la nuova spina pubblica del centro culturale
Nessun elemento racconta questa trasformazione meglio del grande arco sul Paseo de Pereda. La struttura aveva storicamente risolto un problema di rappresentazione: unire visivamente due edifici separati da una strada, permettendo alla sede del Banco Santander di apparire come un organismo monumentale unico. Paradossalmente, ciò che univa la facciata continuava però a dividere l’interno.
Chipperfield rovescia il dispositivo. La parte superiore del grande vuoto viene parzialmente chiusa da superfici vetrate e trasformata in una connessione tra le due ali. Le scale diventano visibili dall’esterno e il movimento delle persone attraversa quello che in precedenza era soprattutto un segno istituzionale. L’arco non perde tuttavia il proprio ruolo urbano: continua a scavalcare Calle Marcelino Sanz de Sautuola e a costruire una porta visuale tra il centro della città e la baia.
È un intervento concettualmente semplice, ma molto preciso. Invece di inventare un nuovo fulcro per il museo, il progetto attribuisce una nuova funzione all’elemento che già dominava la memoria collettiva dell’edificio. L’architettura storica viene così trasformata attraverso l’uso prima ancora che attraverso la forma.
Alla base dell’arco sono collocati gli ingressi principali. Sopra, scale e percorsi collegano le gallerie. Lo spazio che per decenni rappresentava la distanza tra cittadino e istituzione diventa il punto nel quale quella distanza viene fisicamente attraversata.
Durante l’inaugurazione Ana Botín ha ricordato questa contraddizione con una frase quasi elementare: ”Come conviene a una banca, questo edificio era concepito per essere sicuro ed era un luogo chiuso per la maggior parte delle persone. Da oggi continuerà ovviamente a essere sicuro, ma sarà anche aperto a tutti”. Al di là della retorica istituzionale, il progetto di Chipperfield prende esattamente sul serio questo passaggio: trasformare la sicurezza da separazione in accessibilità controllata.
Tremila metri quadrati di gallerie trasformano stanze domestiche e uffici in una sequenza museale di scale differenti
Un museo richiede condizioni quasi opposte a quelle dell’edificio esistente. La sede bancaria era cresciuta attraverso ambienti relativamente piccoli, legati alla scala domestica originaria e successivamente adattati a uffici e rappresentanza. Le collezioni richiedono invece continuità, controllo climatico, altezze differenti e capacità di accogliere opere che variano radicalmente per scala e caratteristiche.
Faro Santander dispone oggi di oltre 10.000 m² di superficie utile, dei quali circa 6.200 destinati all’uso pubblico e quasi 3.000 alle gallerie, distribuite su cinque livelli. Il percorso alterna sale a singola e doppia altezza, mantenendo in diversi punti le finestre storiche, attraverso le quali entra una luce naturale filtrata. Ai piani superiori il programma si apre progressivamente verso la città; nei tre livelli interrati trovano posto auditorium, locali tecnici e servizi.
La Collezione Banco Santander, trasferita da Madrid, costituisce il nucleo permanente, ma non statico dell’offerta culturale. Comprende oltre mille opere, con autori che attraversano cinque secoli, da El Greco, Rubens e Goya fino a Picasso, Miró, Tàpies, Chillida e alla produzione contemporanea. A essa si affiancano mostre temporanee, spazi per artisti della Cantabria, ambienti dedicati alle famiglie e installazioni nelle quali tecnologia e sperimentazione digitale entrano nel programma museale.
L’edificio non viene dunque trasformato in un museo specialistico, ma in un organismo deliberatamente ibrido. La successione delle funzioni sostituisce all’uniformità della vecchia sede bancaria una struttura nella quale il visitatore può alternare arte storica, contemporaneo, tecnologia, attività educative e semplice permanenza.
Sopra la banca compare una nuova terrazza: si restituisce ai cittadini una vista sulla baia prima riservata all’istituzione
La trasformazione culmina sul tetto. Qui Chipperfield introduce un nuovo padiglione leggero, destinato alla ristorazione, affacciato su una terrazza panoramica aperta verso la baia e la città. È probabilmente l’intervento che rende più evidente il cambiamento simbolico dell’edificio: una quota per decenni appartenente all’istituzione diventa un luogo di osservazione accessibile al pubblico.
La scelta assume particolare valore nella geografia di Santander. Il Paseo de Pereda costituisce la sottile soglia tra il centro storico e il grande spazio orizzontale della baia. Davanti a Faro si estendono i Jardines de Pereda, oltre i quali emerge il Centro Botín di Renzo Piano. Dal 2017 quest’ultimo aveva già modificato profondamente il rapporto della città con il waterfront: la strada è stata interrata per 219 metri, i giardini ampliati e l’edificio culturale sollevato su pilastri in modo da lasciare il suolo e le visuali il più possibile permeabili.
Faro Santander interviene sullo stesso rapporto da una direzione opposta. Renzo Piano costruisce un nuovo organismo sospeso tra parco e acqua; Chipperfield apre progressivamente un edificio che appartiene da oltre due secoli al fronte urbano. Uno lavora sulla leggerezza, l’altro sulla permanenza. Uno libera il terreno, l’altro rende accessibile una massa storica. Insieme, senza essere stati concepiti come parti di un unico masterplan, costituiscono oggi due estremi dello stesso paesaggio culturale.
Dal tetto, un nuovo sguardo su Faro
Il nuovo belvedere di Faro rende questa relazione immediatamente percepibile. Dal tetto l’edificio smette di essere soltanto uno degli oggetti che definiscono il fronte della baia e diventa un punto dal quale la città può osservare sé stessa.
Geotermia, TABS e riuso: la sostenibilità attraverso la conservazione
La componente ambientale del progetto merita una lettura distinta dalla consueta enumerazione di tecnologie. La prima decisione sostenibile è infatti quella più evidente e meno spettacolare: non demolire. Riutilizzare un edificio complesso, adattandolo a prestazioni museali contemporanee, significa evitare una parte rilevante del carbonio incorporato e dei rifiuti associati a una nuova costruzione.
Su questa strategia si innesta un sistema tecnico particolarmente articolato. Faro Santander ha ottenuto la certificazione BREEAM Outstanding con 92,96 punti, indicata nella documentazione di progetto come il punteggio più elevato raggiunto finora da un museo o centro culturale. Il risultato è significativo perché gli edifici museali impongono condizioni ambientali severe: temperatura e umidità devono rimanere compatibili con la conservazione delle opere, spesso indipendentemente dalle variazioni stagionali esterne.
La climatizzazione combina energia geotermica e TABS, sistemi termoattivi integrati nella massa dell’edificio che utilizzano strutture e superfici come elementi di accumulo e scambio termico. A questi dispositivi si aggiungono coperture verdi, recupero delle acque meteoriche per l’irrigazione e infrastrutture dedicate alla mobilità ciclabile. Più del 95% dei rifiuti prodotti durante il cantiere è stato recuperato.
La sostenibilità non cancella naturalmente l’impatto di un museo fortemente climatizzato. Ma Faro evita almeno una contraddizione frequente dell’architettura culturale contemporanea: demolire enormi quantità di materia esistente per costruire un edificio che successivamente dichiara la propria efficienza. Qui il patrimonio storico e la riduzione dell’impatto ambientale coincidono nella stessa decisione progettuale.
Da istituzione finanziaria a infrastruttura culturale: l’apertura di Faro modifica la geografia pubblica del centro di Santander
L’apertura al pubblico dell’8 settembre 2026 conclude un processo iniziato con il concorso del 2017-2018 e sviluppato attraverso un cantiere particolarmente complesso, che ha richiesto svuotamenti interni, stabilizzazione delle facciate, recupero delle strutture e costruzione di nuovi livelli. Il risultato arriva in una città che negli ultimi dieci anni ha investito con decisione sulla cultura come strumento di trasformazione urbana.
Faro non nasce quindi in un vuoto. Il Centro Botín, i Jardines de Pereda e il recupero del waterfront avevano già spostato verso la baia il baricentro della vita pubblica e culturale. Il nuovo museo aggiunge a questo sistema qualcosa di diverso: non un altro oggetto contemporaneo, ma la riconversione di una delle architetture più legate all’identità economica della città.
Il nome scelto, Faro, costruisce inevitabilmente una metafora marittima. Santander si affaccia sull’Atlantico; un faro connette terra e navigazione, orienta chi arriva e rimane visibile a distanza. Ana Botín ha utilizzato esplicitamente questa immagine durante l’inaugurazione: “Un faro aiuta le persone a trovare il proprio cammino. Collega il mare e la terra. Accoglie chi arriva da altri luoghi. Ed è lì per tutti”.
Il rischio di una metafora così efficace è diventare branding. Ma l’architettura le attribuisce una consistenza concreta: il nuovo Faro non emette luce per essere visto da lontano, piuttosto apre percorsi dove prima esistevano limiti. La città può attraversare l’arco, salire ai piani, vedere le collezioni, raggiungere il tetto e guardare nuovamente il mare.
L’architettura come continuità: Chipperfield dimostra che trasformare radicalmente un edificio non significa cancellarne l’identità
Faro Santander non cerca il gesto che renda immediatamente riconoscibile l’intervento contemporaneo. Non aggiunge una forma spettacolare al profilo storico, non scava un grande atrio dietro la facciata e non costruisce una contrapposizione programmatica tra vecchio e nuovo. Il suo radicalismo è più lento.
Sta nell’aver riconosciuto che la qualità più importante dell’edificio non era una specifica stanza, una decorazione o un determinato momento storico, ma la posizione che occupava nella memoria della città. Conservare Faro Santander significava quindi preservarne l’identità e, allo stesso tempo, impedire che quella stessa identità lo condannasse a rimanere una reliquia bancaria.
“I grandi edifici sono quelli che ammiriamo dall’esterno e che, allo stesso tempo, diventano parte della nostra vita quotidiana” ha osservato Ana Botín all’apertura. Sono edifici che “rispettano la storia senza rimanerne intrappolati, mantengono ciò che conta e allo stesso tempo si reinventano”.
La frase potrebbe quasi descrivere l’intera ricerca di Chipperfield sul patrimonio. Il passato non deve essere né cancellato né teatralizzato. Deve continuare a essere utilizzabile.
Da questo punto di vista, la parte più importante del progetto non è forse quella che apparirà nelle fotografie di Juan Baraja: né la scala in calcestruzzo né il padiglione sul tetto né la precisione delle nuove gallerie. È qualcosa di meno fotogenico e più urbano. Per decenni i cittadini di Santander potevano passare sotto l’arco, ma non realmente entrare nell’edificio che esso univa. Oggi possono attraversare quella soglia e continuare a salire.
Il 7 settembre, inaugurando Faro, David Chipperfield ha definito questa apertura “un gesto di responsabilità verso Santander e verso i cittadini che hanno la fortuna di vivere in questa bellissima città”. Il giorno successivo le porte si sono aperte al pubblico.
Dopo oltre due secoli di trasformazioni, l’edificio continua quindi a fare ciò che ha sempre fatto: cambia insieme all’istituzione che lo occupa. Ma questa volta la trasformazione è più profonda di qualsiasi modifica della facciata.
La banca non deve più rappresentare il proprio potere. Deve fare spazio alla città. (Lo speriamo).




















