- INFO POINT
- Di Aurelio Coppi
- Stato: Progetto
Baobab Waterfall, l’utopia galleggiante che ripensa energia e oceani
Reti energeticheNegli ultimi anni il dibattito internazionale sulla transizione energetica ha progressivamente allargato i propri confini. Non si tratta più soltanto di produrre energia da fonti rinnovabili, ma di comprendere come le infrastrutture del futuro possano generare nuovi paesaggi, nuove economie e nuove relazioni tra uomo e ambiente. In questo scenario si inserisce Baobab Waterfall, progetto concettuale sviluppato dall’architetto e visual designer Ahmad Eghtesad per la Jacques Rougerie Foundation Competition.
La proposta immagina una gigantesca infrastruttura galleggiante collocata al largo delle coste del Madagascar, capace di combinare produzione energetica, ricerca ambientale, agricoltura, turismo e programmi sociali all’interno di un unico organismo architettonico. Pur non essendo destinato alla costruzione, il progetto rappresenta un’interessante riflessione sul ruolo che l’architettura potrebbe assumere nell’era della decarbonizzazione.
Baobab Waterfall appartiene infatti a quella categoria di opere speculative che utilizzano il progetto come strumento di ricerca. Non offre soluzioni immediate né pretende di risolvere le complesse problematiche energetiche contemporanee. Al contrario, prova a costruire una visione radicale nella quale infrastruttura, natura e società cessano di essere ambiti separati e diventano parti di un unico ecosistema.
L’immagine che emerge è quella di una vera e propria architettura oceanica: una struttura che galleggia sull’acqua, produce energia sfruttando il movimento del mare e genera al tempo stesso nuove opportunità economiche e sociali per il territorio circostante.
Il baobab come matrice simbolica e architettonica
Al centro della proposta di Ahmad Eghtesad si trova il baobab, uno degli elementi iconici del paesaggio malgascio. Conosciuto per la capacità di immagazzinare acqua e sopravvivere in condizioni climatiche estreme, l’albero diventa il riferimento concettuale e formale dell’intero progetto.
La struttura principale richiama infatti la monumentalità del tronco, reinterpretandola in chiave architettonica. Il grande nucleo centrale ospita funzioni operative, spazi collettivi, aree produttive e ambienti dedicati alla formazione. Come accade nell’albero reale, il cuore dell’organismo costruito diventa il luogo dove si concentrano risorse, attività e relazioni.
L’interesse del progetto non risiede tuttavia nella semplice imitazione biomorfica. Il baobab viene utilizzato come metafora di resilienza, adattabilità e capacità di accumulo. Sono proprio queste caratteristiche che l’autore tenta di trasferire all’architettura.
In un periodo storico segnato dall’incertezza climatica, Baobab Waterfall propone infatti una visione nella quale le infrastrutture non consumano soltanto risorse ma diventano sistemi capaci di produrle, conservarle e redistribuirle. Il riferimento all’albero africano assume quindi una valenza culturale oltre che formale, radicando il progetto nell’identità territoriale del Madagascar.
L’immagine risultante è potente: una gigantesca presenza artificiale che emerge dall’oceano come un nuovo paesaggio, riconoscibile a grande distanza e capace di dialogare simbolicamente con una delle specie vegetali più rappresentative dell’isola.
Le cascate artificiali come centrale energetica
L’elemento più spettacolare dell’intero progetto è costituito dal sistema di cascate che circonda la struttura galleggiante. È proprio da questa componente che deriva il nome Baobab Waterfall e, allo stesso tempo, il carattere iconico della proposta elaborata da Ahmad Eghtesad.
Nella visione del progettista, la produzione energetica non viene confinata all’interno di impianti nascosti o relegata a una dimensione puramente tecnica. Al contrario, il processo di generazione dell’energia diventa il principale elemento architettonico dell’intervento. L’infrastruttura si presenta infatti come una gigantesca macchina paesaggistica nella quale il movimento dell’acqua costituisce contemporaneamente funzione, immagine e identità.
Il concept immagina che l’acqua marina venga convogliata all’interno della struttura e successivamente fatta precipitare attraverso una serie di percorsi controllati. Questo flusso alimenterebbe turbine collocate nelle parti inferiori del complesso, trasformando l’energia cinetica dell’acqua in elettricità. Le grandi cortine liquide che avvolgono il volume centrale non rappresentano quindi una scelta scenografica fine a sé stessa, ma il segno visibile del funzionamento dell’intero sistema.
La presenza delle cascate artificiali modifica radicalmente il rapporto tradizionale tra architettura e infrastruttura energetica. Nella maggior parte degli impianti contemporanei i processi produttivi vengono nascosti all’interno di edifici tecnici o protetti da recinzioni che ne limitano la percezione pubblica. In Baobab Waterfall accade l’esatto contrario: il funzionamento della centrale diventa l’elemento che definisce l’esperienza dello spazio.
L’acqua in movimento assume inoltre una forte dimensione simbolica. Nel contesto del Madagascar, dove il rapporto con le risorse naturali è strettamente legato alle prospettive di sviluppo economico e sociale, la cascata viene reinterpretata come immagine di abbondanza, trasformazione e produzione. La forza visiva del progetto nasce proprio da questa sovrapposizione tra fenomeno naturale e dispositivo tecnologico.
Dal punto di vista percettivo, le enormi pareti d’acqua contribuiscono a costruire un landmark territoriale riconoscibile a grande distanza. La struttura emergerebbe infatti dall’oceano come una presenza monumentale, capace di modificare l’orizzonte marino e di diventare un nuovo punto di riferimento per la costa. In questo senso il progetto non si limita a produrre energia, ma costruisce anche una nuova geografia visiva.
Le cascate partecipano inoltre alla definizione dell’atmosfera ambientale dell’intervento. Il movimento continuo dell’acqua genera riflessi, variazioni luminose e una costante dimensione sonora che accompagna l’esperienza degli spazi. Pur trattandosi di una proposta concettuale, il progetto suggerisce un’architettura in cui i fenomeni naturali diventano materiali progettuali al pari di acciaio, vetro o cemento.
L’aspetto più interessante rimane tuttavia il tentativo di superare la tradizionale separazione tra produzione energetica e spazio pubblico. Ahmad Eghtesad immagina un’infrastruttura che non nasconde la propria funzione, ma la rende leggibile e comprensibile. La generazione di energia diventa parte dell’esperienza quotidiana degli utenti, trasformandosi in elemento educativo oltre che operativo.
È proprio questa sovrapposizione di funzioni a rendere il progetto particolarmente significativo. La stessa massa d’acqua che produce elettricità costruisce anche un’esperienza sensoriale, genera un’identità riconoscibile e contribuisce alla narrazione complessiva dell’opera. In Baobab Waterfall l’infrastruttura non è più soltanto una macchina che funziona, ma un paesaggio che racconta il proprio funzionamento.
Agricoltura, formazione e inclusione sociale
Uno degli aspetti meno evidenti ma più significativi della proposta riguarda la dimensione sociale. Nella visione di Ahmad Eghtesad, Baobab Waterfall non nasce soltanto come impianto energetico. Il complesso è immaginato inizialmente come centro dedicato alla formazione professionale e alla riabilitazione sociale, dove gli utenti possano acquisire competenze attraverso attività produttive e programmi educativi.
In questo scenario assumono particolare importanza le serre verticali collocate all’interno della struttura. Organizzate su più livelli, queste aree permetterebbero la coltivazione di prodotti agricoli e la creazione di filiere alimentari autosufficienti.
L’agricoltura non viene trattata come semplice attività accessoria. Diventa invece parte integrante dell’architettura e del suo funzionamento. Produzione di cibo, apprendimento e autonomia economica vengono collegati in un unico sistema.
La presenza delle serre introduce inoltre una riflessione più ampia sul rapporto tra infrastrutture energetiche e produzione alimentare. In un mondo caratterizzato dalla crescente pressione sulle risorse naturali, la capacità di integrare differenti funzioni all’interno della stessa struttura rappresenta uno dei temi emergenti della ricerca progettuale internazionale.
Un modello integrato di sostenibilità
Baobab Waterfall prova quindi a immaginare una piattaforma nella quale energia, agricoltura e inclusione sociale non operano separatamente ma si sostengono reciprocamente.
Un osservatorio sul mare e sulla biodiversità
La relazione con l’oceano costituisce un altro elemento centrale della proposta. Oltre alla parte emergente, il progetto immagina infatti una grande struttura sommersa destinata all’osservazione degli ecosistemi marini. Questa cupola subacquea consentirebbe di entrare in contatto diretto con l’ambiente oceanico, mantenendo al tempo stesso condizioni di sicurezza e controllo.
L’obiettivo dichiarato non è soltanto turistico. Lo spazio potrebbe ospitare attività di ricerca, programmi educativi e iniziative dedicate alla sensibilizzazione ambientale.
La biodiversità marina viene così considerata una risorsa da conoscere e proteggere piuttosto che un semplice scenario da sfruttare economicamente. In questo senso il progetto si inserisce nel crescente interesse internazionale verso le architetture oceaniche promosse dalla Jacques Rougerie Foundation, che da anni incoraggia proposte capaci di esplorare nuovi modi di abitare e comprendere il mare.
L’infrastruttura galleggiante diventa quindi una piattaforma di osservazione privilegiata, un luogo nel quale energia e conoscenza possono svilupparsi parallelamente.
Un manifesto per le infrastrutture del XXI secolo
La forza di Baobab Waterfall non risiede nella sua fattibilità immediata, ma nella capacità di porre domande.
Come saranno le infrastrutture energetiche del futuro? Potranno diventare luoghi abitabili? Potranno produrre contemporaneamente energia, cibo, conoscenza e opportunità economiche? Quale ruolo avranno gli oceani nella transizione ecologica globale?
Il progetto di Ahmad Eghtesad prova a rispondere attraverso una visione estrema, ma coerente. L’energia non viene trattata come una questione esclusivamente tecnica. Diventa invece un tema culturale, paesaggistico e sociale.
In questa prospettiva l’architettura smette di essere semplice contenitore e si trasforma in piattaforma multidimensionale. Una macchina territoriale capace di mettere in relazione ambiente naturale, infrastrutture e comunità.
Che Baobab Waterfall rimanga un’utopia progettuale è quasi secondario. Il suo valore principale risiede nella capacità di immaginare scenari alternativi in un momento in cui la crisi climatica impone nuove forme di pensiero.
Più che una centrale elettrica galleggiante, il progetto rappresenta un manifesto sul possibile futuro delle infrastrutture. Un futuro nel quale la produzione di energia non sarà più separata dal paesaggio e dalla società, ma parte integrante di un unico grande ecosistema costruito sull’acqua.











