Thoravej 29, quando il riuso radicale diventa architettura
La sostenibilità in architettura viene spesso misurata attraverso le prestazioni energetiche degli edifici, ma esistono progetti che spostano l'attenzione su un tema ancora più radicale: la capacità di costruire quasi esclusivamente con ciò che già esiste. È il caso di Thoravej 29, il nuovo centro culturale e comunitario progettato da Pihlmann Architects a Copenaghen, dove il recupero di un edificio industriale degli anni Sessanta diventa il laboratorio di una nuova idea di economia circolare applicata all'architettura. Completato nel 2025 per la Bikuben Foundation, il progetto dimostra come il riuso possa trasformarsi da semplice pratica sostenibile a vero principio compositivo, riducendo drasticamente il consumo di nuove risorse senza rinunciare alla qualità spaziale e architettonica.

L'edificio, che si sviluppa su una superficie di circa 6.300 metri quadrati, era originariamente una fabbrica costruita nel 1967 e successivamente utilizzata come centro di assistenza sociale. Invece di cancellarne la storia attraverso una demolizione o un intervento di ristrutturazione convenzionale, Pihlmann Architects ha scelto di leggere la struttura esistente come un deposito di materiali, componenti e potenzialità costruttive. Il risultato è un luogo destinato a ospitare organizzazioni attive nei campi dell'arte, della sostenibilità, dell'innovazione sociale, della cultura e della democrazia, trasformando un edificio produttivo in un'infrastruttura civica aperta alla città.
L'intervento si fonda su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: utilizzare il più possibile ciò che è già presente.
Circa il 95% dei materiali esistenti è stato mantenuto e reimpiegato all'interno del progetto, evitando demolizioni inutili e riducendo in modo significativo le emissioni di carbonio associate alla costruzione. Secondo i dati diffusi dalla committenza, l'intervento permette una riduzione delle emissioni di CO2 fino all'88% rispetto a una nuova costruzione equivalente, dimostrando concretamente come il patrimonio edilizio esistente possa rappresentare una risorsa anziché un limite.
Questa strategia si traduce in una serie di soluzioni costruttive che trasformano gli elementi dell'edificio in nuove architetture. Le grandi lastre prefabbricate dei solai vengono smontate, ruotate e riutilizzate come scale; porzioni delle vecchie facciate trovano una nuova funzione come pavimentazioni; pareti, serramenti, carpenterie metalliche e numerosi componenti tecnici vengono recuperati, catalogati e reinseriti nel progetto senza nascondere le tracce della loro vita precedente. Ogni elemento conserva la memoria della propria origine, contribuendo a costruire un'architettura nella quale il tempo diventa parte integrante del linguaggio progettuale.
Il progetto rifiuta deliberatamente l'idea di riportare l'edificio a un'ipotetica configurazione originaria. Attraverso rilievi tridimensionali, scansioni digitali e l'analisi delle trasformazioni accumulate nel corso dei decenni, lo studio ha interpretato la fabbrica come un organismo in continua evoluzione. Le nuove aggiunte non cercano quindi di mimetizzarsi né di imporsi sulle strutture esistenti, ma instaurano con esse un dialogo diretto, lasciando leggibili le diverse stratificazioni costruttive. Vecchio e nuovo convivono sullo stesso piano, senza gerarchie, in una composizione che valorizza la storia materiale dell'edificio.
La distribuzione interna riflette la natura aperta e multidisciplinare del programma funzionale. Thoravej 29 ospita studi per artisti, laboratori, spazi espositivi, uffici condivisi, sale riunioni, un teatro Black Box per le arti performative, studi audio e video, un caffè aperto al pubblico e una grande sala destinata a incontri, dibattiti e attività culturali.


Il progetto costruisce una piattaforma nella quale organizzazioni provenienti da ambiti differenti condividono spazi, competenze e occasioni di confronto, rafforzando il ruolo dell'architettura come dispositivo sociale.
Anche dal punto di vista dei materiali, il progetto rinuncia a qualsiasi ricerca di uniformità estetica. Il calcestruzzo esistente rimane visibile insieme alle superfici recuperate, agli elementi metallici riutilizzati e ai componenti che mostrano apertamente i segni dell'uso precedente. Questa scelta non rappresenta un esercizio stilistico, ma l'espressione coerente di un processo costruttivo che considera ogni materiale come una risorsa da reinterpretare piuttosto che come uno scarto da sostituire. L'imperfezione diventa così valore architettonico e testimonianza del ciclo di vita dell'edificio.
L'approccio adottato da Pihlmann Architects trova conferma anche nelle certificazioni ambientali previste dal progetto. Thoravej 29 è stato sviluppato con l'obiettivo di ottenere la certificazione DGNB Gold, affiancata dalla DGNB Diamond per la qualità architettonica, ed è già stato riconosciuto a livello internazionale con numerosi premi dedicati al riuso e alla sostenibilità.
Più che proporre un nuovo stile, Thoravej 29 suggerisce un diverso modo di progettare. L'edificio dimostra che il futuro dell'architettura potrebbe dipendere meno dalla produzione di nuovi materiali e più dalla capacità di leggere con intelligenza quelli già disponibili. In un settore chiamato a ridurre drasticamente il proprio impatto ambientale, il progetto di Pihlmann Architects rappresenta uno dei più convincenti esempi europei di riuso radicale, mostrando come la sostenibilità possa nascere dalla conoscenza della costruzione, dalla precisione del dettaglio e dalla volontà di trasformare il patrimonio esistente in una nuova risorsa per la città.








